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giovedì 16 luglio 2026

La grassofobia è misoginia


Ricordo una pagina Facebook -- un tempo rispettabile -- nella quale si sono infiltrati dei troll, riportando una poesia di proprio pugno che in soldoni voleva dire:

"Belle queste ciccione / che amano mangiare e sono pigre / e lasciano alle magre tutte le fatiche".

Credo fosse indicativo di una delle ragioni della grassofobia -- paura o pregiudizio per le persone grasse --, ovvero l'invidia.

"Io mi stresso per non mangiare, guarda invece quanto quella vacca si ingozza senza preoccupazioni!".

Quando pesavo 50 kg ed ero anoressico-bulimica non mi sono mai posta questo cruccio verso chi vedevo di obeso attorno a me -- magari in fila alla cassa del supermercato con un carrello pieno di leccornie --, semplicemente non mi interessava.
Un po' mi facevano pena gli obesi, ma non li odiavo e non li giudicavo. Anzi. Li trovavo simpatici e sentivo genuina compassione per loro. Se poi erano dolci, sorridenti, sentivo vera affettività nei loro confronti.

Anche da normopeso -- per la maggior parte della mia vita.

Ora che sono obesa, non provo neanche nessuna invidia od odio verso chi è magro. Penso che "poesie" scritte per invidia da persone come quelle di quel gruppo FB tradiscano malattia, in primis. Un rapporto disturbato con il cibo e con la propria forma fisica.

Perché, se sei magro e ottieni approvazione sociale, che te ne frega di "odiare" chi a parer tuo "si ingozza" (a parte che le ragioni dell'obesità sono molto più vaste della semplice ingordigia) e di conseguenza, a parer di massa, "è sgradevole"? Vuol dire che paghi caro e stracaro quel corpo magro che hai (la tua "fatica") per averlo. Ergo hai un dca. Anoressia, presumibilmente.

Molte anoressiche odiano le persone sovrappeso od obese perché assumono siano violente con loro, discriminandole per la loro forma filiforme. Bullismo, insomma. Le donne grasse sarebbero "le bulle per eccellenza".

Secondo ChatGPT, in realtà, è più pesante e diffuso lo stigma (discriminazione e violenza) contro chi è grasso, ma è sintomatico che queste ragazze molto magre si sentano vittime cosmiche "delle ciccione di merda", e si sentano in animo e quasi in dovere di infierire su di tutta la categoria con altra violenza -- a parte quella che già la società gli dedica.

Intendo, soprattutto se parliamo di donne grasse. Non di uomini grassi.

Il bullismo contro le donne grasse è feroce quanto lo era la discriminazione dei neri nell'America negli anni 30, sebbene (per fortuna, ma ci manca poco) non si basi su tecniche di segregazione esplicite. Ma sull'isolamento, sì. Sulla disumanizzazione, sì. Sullo stigma e sul pregiudizio, sì. Con uguale ferocia. Siamo lì -- i due fenomeni sono molto simili.

A dire "quel negro/italiano di m..." ovviamente (e giustamente) si urla allo scandalo e forse si finisce in tribunale. Non sovviene nessuno scandalo, invece, nel dire "quella vacca grassa di m...". Anzi, si ottengono plausi. Persino (o solo "pure") da quelle che si dichiarano "femministe". (All'acqua di rose).

La grassofobia è un problema di genere, prima che di giustizia sociale.

Il patriarcato ci vuole magre perché una persona che sia magra occupa (metaforicamente, oltre che fisicamente) meno spazio di una grassa. Ergo, (il nostro cervello riceve il segnale che) "conta" di meno.

L'odio verso le donne grasse -- che al 99% dei casi conduce ai DCA, e all'1% al suicidio (è avvenuto anche questo) -- non è un fenomeno trascurabile, "da ridere".

"La società ti vuole magro, non malato; se ti ammali, sono cazzi tuoi" mi scrisse un paperino su un social degenerato, poco tempo fa. Ok, e come ti ci spinge alla magrezza (non malattia), questa bella società? Con le buone maniere? No, con le cattive. Con il bullismo e l'umiliazione sistematica. Ed è per questo che poi alcune passano da 140 kg di puro grasso a 23 kg di pure ossa e cartilagini con le flebo attaccate ai bracci che le tengono in vita.

Secondo Daniele di Pauli, attivista contro la discriminazione degli obesi, questi pregiudizi contro il grasso sono diffusi soprattutto in campo medico.

Nel suo libro "Obesità e stigma" rompe il silenzio sul fenomeno della grassofobia in modo incisivo e deciso. L'etichetta di "Obeso", di fronte a una donna grassa, tende a preponderare su tutte le altre.

Ed è così che molti centri DCA rifiutano donne obese perché "Sono troppo grasse per avere un DCA" (ritornello che risuona molto nelle community di malate di DCA, che sia anoressia, bulimia, binge o DCA-NAS).

Da dottori che hanno la laurea per decidere quello che decidono.

Ergo, titolo e potere. E si presupporrebbe, anche "ragione".

Si puntò il dito contro gli obesi in periodo di CoVid;
Si punta il dito contro gli obesi per i costi sulla sanità pubblica;
Si punta il dito -- con disprezzo -- contro gli obesi quando ordinano cibo grasso al ristorante.

Ma mai che si capisca che sono vittime di una dipendenza, oltre che di una malattia, non della "pigrizia e della gioia di mangiare":

Voi una donna -- alla My 500lbs life -- che vive allettata con 400 kg di peso addosso, piena di edemi e gonfiori, e non vede la luce del sole da anni, la definireste "colpevole"? Allora "siete" davvero spietati.

Io vedo in lei una vittima, e così sono certa anche i più di voi, di una condizione di malattia mentale e fisica grave. Che paga lei per prima le conseguenze del suo grave problema.

lunedì 29 giugno 2026

Le radici psicologiche del razzismo


Pensando a personaggi come Richard Lynn -- pessima idea fargli pubblicità, ma tant'è: uno pseudo-psicologo britannico famoso per i suoi articoli pseudo-scientifici sul suprematismo bianco, il quale sostenne che il QI della popolazione italiana decresceva quanto più a Sud si andava... sì, proprio una questione di "latitudine" -- ho deciso di affrontare oggi il tema del razzismo...

Come voi già saprete, non esiste un'unica tipologia di discriminazione razziale: c'è il razzismo "classico" basato essenzialmente sul colore della pelle, oppure il più diffuso e attualissimo "razzismo culturale". 

Un esempio del primo è l'assunto ottocentesco tanto caro a Lynn per cui i neri sono "intellettivamente inferiori"... perché l'eugenetica, perché la melanina, e... non saprei più cos'altro. 

Ma è principalmente sul secondo che voglio concentrarmi, perché è il principale problema del tempo.

Possiamo trovare un esempio lampante del razzismo culturale, più "moderno" (ma non meno deprecabile), nella discriminazione dei meridionali o degli immigrati da altri Paesi al Nord (Italia). 

Io, come donna che, per disabilità fisica, sono impossibilitata a lavorare, mi sono sentita rivolgere in continuazione, in Lombardia, la domanda (spesso dopo che avevano saputo o capito che ero del Sud) "Cosa fai nella vita?" "Lavori?". A questo rispondo sempre con un tranquillo "Studio all'università, e purtroppo sono disoccupata". Ma mi accorgo che nel pronunciare queste parole il mio sguardo si fissa in basso, come se mi sentissi in colpa. Successivamente, l'atteggiamento che ricevo è freddo. Del tipo "Tornatene in Sicilia, dunque". "A noi qui non servi a nulla". 

Forse, il razzismo culturale si presenta come più "ragionevole", in quanto non parte in sesta dall'assunto che se hai la pelle scura o il craneo piuttosto allungato sei automaticamente, in chiave lombrosiana, un delinquente; semmai basa le sue "ragioni" (pseudo-ragioni) sul concetto di integrazione.

"Se sei meridionale e ti integri, ok; sennò, tornatene a casa".

Integrarsi in sostanza vuol dire: aderire agli usi e costumi locali, agire con il decoro che ci si aspetta da te e soprattutto avere un lavoro e quindi contribuire al PIL regionale. 

Del razzismo del Nord contro il Sud, che esiste da secoli (se non millenni) ed è innegabile, non si può letteralmente parlare. E' del tutto normale che un articolo scritto da un inglese che identifica l'Italia da Roma in giù come "Bordello" (un inglese con, guardacaso, la moglie piemontese e leghista) occupi le maggiori testate giornalistiche e i telegiornali nazionali per due settimane intere. 

Se i cartelli "Non si affitta ai meridionali" sono ormai "quasi"[*] una realtà relegata al passato, agli anni '60 o giù di lì, il razzismo culturale Nord-Sud non è per nulla acqua passata, come vorrebbero farci credere, eppure non se ne può semplicemente parlare. Questione chiusa.

E chiudendo con l'occasione anche la parentesi, andiamo al nucleo del post.

Cosa scatta nella mente del razzista -- culturale o "classico-ottocentesco" che sia -- allorché sostiene e crede fermamente che certe culture, o certe razze, siano "geneticamente" o "culturalmente" inferiori alla propria?

Freud, così come i neofreudiani come E. Fromm, furono molto chiari sulla questione: 

quando non hai nulla di particolare di cui vantarti nella tua misera esistenza, quando, insomma, percepisci di essere una totale nullità d'essere, individualmente, la tua unica ragione d'orgoglio diventa il chiarore della tua pelle o dei tuoi occhi, oppure la tua "identità nazionale" (o culturale, o etnica).

Si tratta di quello che Freud definì "Narcisismo collettivo". La nazione, la razza, la cultura, diventa uno specchio sul quale si proiettano gli aspetti di sé più desiderabili, alla percezione del singolo "superiori" (e che intimamente e singolarmente, al 99,9% periodico dei casi, non si possiedono per nulla). 

Come la civiltà. 
Come l'intelligenza. 
Come l'istruzione. 
Come l'essere "gran lavoratori". 
Come l'essere "moderni e progrediti".

Mario Borghezio, deputato Lega Nord, a un raduno del partito a Pontida.

Affermò ai tempi del ruggente antimeridionalismo il non-compianto Umberto Bossi, segretario della fu Lega Nord: "Scendere al Sud è come tornare indietro di 200 anni". Bossi aveva una moglie d'origini materne siciliane, che sembrava essere in realtà "la mente" dell'intera famiglia Bossi, formata, oltre che da lei che era l'unica "normale", da un cocainomane che era Bossi stesso, già colpito da ictus, e due figli i quali, ("Roma ladrona"...) usavano i soldi pubblici anche per pagarsi le mutande.

Ma lasciamo perdere -- lo sappiamo tutti, e del resto per fortuna il fenomeno Lega "Nord" è affondato, resta un solitario "Lega" (Lega Sicilia, Calabria, Campania... concedetemelo: LOL), e anche la parola Lega sta scomparendo assieme a Salvini dietro minaccia di Vannacci.



Certi cambi di rotta all'interno di un partito come la Lega (Nord o Sud che sia) non sono per nulla incomprensibili; anzi: l'essenziale è trovare un capro espiatorio; ieri i "terroni", oggi (principalmente) gli immigrati / neri o islamici in generale.

Per chiudere, il razzismo, classico o culturale che sia, è sempre sintomo d'una mentalità gretta, rozza, appartenente a persone che sanno di non valere nulla e contraddicono sistematicamente gli aspetti desiderabili di sé che affermano di possedere in base "alla nazione", "alla cultura", "ai capelli biondi". I peggiori evasori fiscali, assenteisti in Parlamento, rozzi, incolti, pigri, volgari, incivili, sono sempre stati razzisti verso il prossimo e per le medesime ragioni che in realtà sono loro proprie caratteristiche. (Proiezione, in psicologia).

Succede ovunque, il meccanismo è lo stesso: quando sai di non essere nulla di encomiabile, hai "bisogno" che il tuo narcisismo si rifletta in un concetto più ampio di nazione, cultura, etnia, razza, -- quella sì -- encomiabile e superiore.

Sentirti parte di un "gruppo" di gente "distinta" ti rende fiero di te stesso e orgoglioso delle tue qualità quando quelle qualità non le possiedi individualmente.

Note a margine

[*] quasi, perché leggevo su un social che un ragazzo laureato in Ingegneria all'Università di Palermo che cercava casa in Veneto per lavorare, oggi, anno domini 2026, si è visto rifiutare l'affitto per via delle sue origini geografiche; e tutte le volte che ho telefonato io per cercare casa al Nord, si accertavano sempre accuratamente che fossi italiana, e non straniera.