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martedì 25 agosto 2026

Accettata ogni preghiera e rinunciato ad ogni desiderio

Da ieri pomeriggio, non sento più la cappa di angoscia su di me. Il cielo stamattina è cupo, le auto sfrecciano sull'asfalto bagnato di un autunno anticipato. Sono serena senza ragione -- e sono così disabituata alla serenità che mi preoccupa. Riesco a darmi solo una spiegazione "religiosa". Volessi trovarci un perché sarebbe un miracolo. La "serenità" dopo tutto, che è tutto, me la merito. Specie se davvero fosse la fine del percorso su questo atomo opaco di male. 

Ho trovato una canzone giappa dedicata all'11 marzo 2011. La metto qui. E' carina e rispecchia, nel testo (trovato tradotto nella sezione commenti) come mi sono sentita proprio l'11 marzo. 


The strangers I feared, 
The ones who laughed at me — 
If only they would perish in the beauty of the waves. 

Leaving myself — an out-of-body experience. 
I headed toward the sea, 
And there I was, having forgotten my own body. 
Lend me your paddle. 
I’ll simply die nameless. 

Know my voice. 
Oh waves, please don’t cease. 
My voice, go forth — 
Become a thousand birds that drink up the sea. 
Know my pain, 
Oh waves… 
Lend me your paddle. 

I will only row on, as if grieving. 
Know my anchor. 
Oh waves, please don’t cease. 
Please don’t cease.

martedì 11 agosto 2026

Troppa grazia

Tutte le lingue che derivano dal latino formano la parola compassione col prefisso “com-” e la radice passio, che significa originariamente “sofferenza”.
In altre lingue, ad esempio in ceco, in polacco, in tedesco, in svedese, questa parola viene tradotta con un sostantivo composto da un prefisso con lo stesso significato seguito dalla parola “sentimento” (in ceco: soucit; in polacco: wspol-czucie; in tedesco: Mit-gefuhl; in svedese: med-kansla).
Nelle lingue derivate dal latino, la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenza le sofferenze altrui; oppure: partecipiamo al dolore di chi soffre. Un’altra parola dal significato quasi identico, pietà (in inglese pity, francese pitiè, ecc) suggerisce persino una sorta di indulgenza verso colui che soffre. Aver pietà di una donna significa che siamo superiori a quella donna, che ci chiniamo, ci abbassiamo al suo livello.
E’ per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza; designa un sentimento ritenuto mediocre, di second’ordine, che non ha molto a che vedere con l’amore. Amare qualcuno per compassione significa non amarlo veramente.
Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice “sofferenza” (passio) bensì dal sostantivo “sentimento”, la parola viene usata con un significato quasi identico, ma non si può dire che indichi un sentimento cattivo o mediocre.
La forza nascosta della sua etimologia bagna la parola di una luce diversa e le dà un senso più ampio: avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia, angoscia, felicità, dolore.
Questa compassione (nel senso di soucit, wspòlczucie, Mit-gefuhl, medkansla) designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti, è il sentimento supremo. 
-Milan Kundera-

You wide eyed girls / you get it right / fall back into place. Una donna mi fece sentire questa canzone in cuffia più di otto anni fa. Non ero gaia, ma mi ero platonicamente innamorata della sua sfrontata generosità -- o forse per mezzo dell'amore-odio volevo neutralizzarla. Chi lo sa. Le cose nuove fanno sempre paura, e anche la compassione di un verso. Così reagii senza pietà, anche quella volta, vanificando ogni lettera. Who will dry your eyes when it falls apart? Somewhere in these eyes, I'm on your side. Vanificando ogni suono.
Non è forse un caso che anche R. mi abbia dedicato questa canzone prima che ci mettessimo insieme. Con lui accettai, a malincuore, perché capivo che le persone sensibili di questo triste mondo malato hanno uno sguardo unico, tutto loro; che mi vedono sotto un'altra luce delle persone superficiali -- e non potevo rifiutarmi ancora. "Space song" è stata un dono prezioso da una persona "buona". E poi è stata anche il simulacro di un amore che si innesta (e si svolge) da e nella compassione. Ancora oggi faccio fatica ad ascoltare questa canzone. Troppo doloroso prendere atto di quanto fossi, e forse sarò, sola.

cerco sempre di ricordarmi di noi
 

sabato 8 agosto 2026

Chi vuol esser lieto sia (che vita)

Mia madre mi ha informata che in settembre dovrò tornare nell'isola natìa. Si tratta di un controllo dalla commissione per arrotondare lo stato di cosiddetta invalidità. Stanotte ho seguito un capitolo di informatica, facendo finta di non pensarci. Molte persone si fanno in quattro per strappare soldi allo Stato, anche "fingendosi" in difficoltà. Il mio amore mi ha detto a mo' di consolazione di ricordarmi dei falsi invalidi. Io non sto fingendo. Ho schiere infinite di cartelle cliniche a dimostrarlo. Io sono malata davvero. Ma io non voglio essere malata. Tantomeno etichettata come tale. Io voglio essere "normale".

Non so che pene d'inferno farò passare (più ancora che "passerò") prima che mi venga data la cifra tonda. Soffrirò come una belva spinta a forza al mattatoio. Come la Capinera di Verga rinchiusa fra mille strilla e mille pianti in convento.

Mi sovvengono alla mente tanti di quei incidenti anche pericolosi per la mia incolumità in mano a pazzi scatenati, e stupri, e tentativi di suicidio e di omicidio (ai miei danni), e insulti, insulti sin dalla più tenera età, insulti a non finire come tarli nel cervello, e solitudine, isolamento, non un fiato d'anima in giro che mi porgesse la mano.

Non sono una che apprezza chi si piange addosso, e ovviamente non amo piangermi addosso neanch'io. Ho fatto carte false per inserirmi nel mercato del lavoro. Non ci sono riuscita. Non che fosse l'età non più freschissima a remarmi contro. Probabilmente era il mio cervello a rovescio.

Sarebbe pio e buono che nessuno me ne facesse una colpa -- almeno -- ed è così che riprendo a lacrimare patetica e mesta.

Mi sono resa conto di poter fare una sola cosa alla volta, quando esco. Così una cena in un Ramen bar-ristorante è stato il massimo che ho potuto tollerare. C'era un bel film horror da guardare dopo, ma ero così stanca ed indebolita che ho preferito tornare a casa. Il mio caro è stato comprensivo. Mi ha voluto bene nonostante gli avessi fatto bucare il biglietto ridotto -- se domani lo riacquisto io, arriviamo al biglietto intero. Stare con me -- ovviamente non per ciò, per ben altro -- è una grande fregatura sempre. Non mia colpa e credo nemmeno mia responsabilità. Faccio quello che posso limitata come sono da quaranta croci cristiche impilate l'una all'altra sulla schiena.

Quaranta croci? Quaranta chili?

Io che bevo la mia birra come Jessica 
sbocconcella "strano" la sua banana "chic".

Memore di quella volta che da bambina (così chiamo ora le sedicenni) avevo adorato il katsu don al giapponese, ho voluto ritentare con un sorriso di plastica -- quante calorie della minchiazza avrà oddio -- e devo dire che faceva discretamente schifo, insipido come poche cose al mondo (un gradino più saporito del konjac), e quelle 700 calorie (nonostante assenza di salse o condimenti, e 'a frittata d'ovo al posto dell'ovo fritto) valevano perciò proprio la pena d'essere ingurgitate. Per non pensarci ho bevuto. Benzina sul fuoco, l'alcool. Non già solo per le calorie aggiuntive, ma per aver tradito la mia arrancata d'astinenza totale.

Bevendo pensavo che se fosse andato in fiamme tutto il negozio con me dentro, sai che perdita per la società. (Che si salvassero solo R., il bangladino cameriere e i cuochi giapponesi). 

In televisione ora (tarda nottata) sfavilla la sigla italiana di Lady Oscar. Oh Lady Lady Lady Oscar. Quella che fa così, non so se ve la ricordate. 

Aprendo un attimo un paragrafo su un argomento che non rientra nei miei interessi, il rifacimento degli anime giapponesi (compreso Versailles no Bara), in chiave reboot o Live Action (One Piece...), è forse un modo per peggiorare (ulteriormente) l'impatto emotivo ad opera di suddetti prodotti. (Lady Oscar è l'unico anime che mi piaccia ancora). Ieri sentivo un criminologo più o meno quarantenne con il baffetto e l'aria da nerd dotto con dottorando che discorreva piacevolmente e cordialmente della psicologia dell'anime di Naruto, o meglio, del personaggio di Naruto Uzumaki, l'ho trovato così interessante che ho avuto il guizzo di tornare ai miei quattordici anni quando facevo maratone interminabili di episodi del suddetto cartone e grazie a ciò avevo imparato anche qualche termine o frase in lingua nipponica (li guardavo con i sottotitoli, la versione italiana era zeppa di censure), (dopo 200 episodi a rotta di collo in un mese, ovviamente qualche termine lo avevo imparato).

Un metodo utile di apprendimento delle lingue sembra essere guardare trasmissioni o episodi in lingua originale, sia pure con i sottotitoli nella propria lingua madre. Il cervello è generalmente lesto a fare associazioni fra un certo suono e un certo significato. Wakaru deshou. La figlia rumena della compagna rumena di mio padre (siciliano) è così che ha imparato l'italiano. Seguendo l'Antonellona nazionale sui canali di lingua italiana con i sottotitoli rumeni in Romania, lei e i suoi tristi e inutili programmi di cucina. Ce ne vogliono di palle. Io, tutto sommato, avevo quattordici anni e l'anime di Naruto mi appassionava. A lei cosa l'appassionasse (errore grammaticale voluto) di Antonella Clerici e dei suoi programmi per casalinghe ciabattate, per sapere? La ricetta del risotto alla milanese, del cotechino colle lenticchie di Capodanno, del polpettone provola e prosciutto cotto? Che tristezza. La figlia rumena della compagna rumena di mio padre, intanto, zitta zitta, ha imparato l'italiano così. Lo parla bene. Complice forse il fatto che rumeno e italiano sono parte dello stesso ceppo linguistico. L'inglese lo ha studiato all'Università. Così come A., la cugina di R., ha vissuto in Inghilterra. E poi ha fatto il balzo scavezzacollo: si è trasferita a Singapore -- ciaooone, stronziiiiiiii. A. cugina di R. è oggi invece ubicata, credo, in Australia... (chi se ne frega di lei)

Chissà perché tendenzialmente più il tuo passato è una vergogna / orrore più desideri metterci in mezzo migliaia di km di distanza fisica. E' quello che vagamente sognavo di fare anch'io quando ho fatto richiesta per il passaporto, ottenendolo. Ma nonostante l'abbia ottenuto, ho l'impressione che non potrò andarmene da qui

giovedì 6 agosto 2026

La fine del Paese delle Meraviglie

Uno dei miei cartoni animati Disney preferiti da bambina (complici le mie origini da Sicilia Saudita) era Aladdin. C'è una scena nel cartone che inaugura la famosa "Il mondo è mio" nella quale Aladino chiede a Jasmine: "Ti fidi di me?". E' solo in quanto lei pronuncia "" che parte il "viaggio", che come scrivevo in un altro blog non è un viaggio "reale" in giro per il mondo, ma un ribaltamento della prospettiva sul mondo espresso in chiave metaforica come "Il tappeto volante ci accompagna a vedere la bellezza del mondo".

Stanotte ho sognato C.

Ieri sera lo vedevo fantasma, franando di disperazione, e stanotte il suo fantasma mi ha visitato il sonno.

"La mia vita è finita?" interrogavo un uomo seduto sotto la pioggia scrosciante della notte nel mio paese natìo. "Perché dici così?"

E compariva il suddetto che mi prendeva in braccio come una bambina, sollevandomi come se avessi ancora 50 kg di peso, e diceva: "Perché ti sei fidata di me".

Non smetterò di scrivere i miei pensierini nel blog-diario segreto-pubblico. Questo no. Lettura e scrittura mi tengono in vita. Sinché sarà necessario, li sfrutterò al massimo.

Tuttavia ho compreso che fra me e C. ci sarebbe qualcosa di più profondo d'un semplice amore non ricambiato. Lo dimostra che quell'amore mi abbia distrutta. E poi -- oggi -- ricostruita.

Poiché nella nostra esperienza da inseguitore-fuggitivo c'era un filo rosso: "Potrei ma non voglio fidarmi di te...". I giudizi universali bersaniani.

Adesso mi fido -- è il prezzo che scelgo di pagare pur di sentire di nuovo, mani al cuore, il mio amore che è duro e incontaminato come il titanio grezzo.

E questo non implica che sia destinata a lui -- tsk

Ma non cambia il risultato.

Sono una donna -- oggi sono umana
Accetto la sfida della vita con il dolore che comporta
E non ho più intenzione di nascondermi il cuore sotto chilometri di lenzuola, di vergogna


(Ma ora sono un grumo di vergogna e dolore
un animale morente)

mercoledì 5 agosto 2026

Le persone che non vivono a lungo ma vivono come vogliono

Un sorriso sul volto di una tizia di fronte all'ospedale. Un sorriso così serafico e sereno mentre accompagnava suo padre, un anziano, all'ingresso della struttura, sottobraccio. Era una donna di mezza età con i capelli di media lunghezza, biondi. A pochi metri uno sbruffone giovane con gli occhiali da sole riflettenti, a mascherina. Cammina spavaldo come se avesse i coglioni troppo grossi e pesanti per tenere un'andatura normale.
A questo mondo c'è ancora chi è sereno, chi (si vede) non soffre di depressione. Per una depressa, non c'è niente di più assurdo che considerare quante persone non-depresse ci siano al mondo. Tante. Tantissime. Persone che sembrano non-infelici. Ma forse è solo una facciata, una "maschera" sociale di convenienza.
Guardando lo sbruffone farsi avanti ho pensato ad Amy: "... le persone come me non vivono a lungo, ma vivono come vogliono!". E' quello che penso quando vedo gente fumare le sigarette e altro di affine. Dato che il tizio era visibilmente su di giri.

E' dai miei dieci anni che vivo sotto il cono d'ombra di una perenne attenzione meticolosa alle mie vere o presunte precarie condizioni di salute, che in realtà era ed è un modo per "tarparmi le ali", per impedirmi di volare. A furia di iperprotezione volta a soffocare la vita in me, sono diventata malata sul serio -- o se lo ero dapprincipio, mi sono aggravata, di sicuro.

Io devo vivere a lungo da ospedalizzata?
Preferirei tanto bruciare le tappe da essere libero... ma non sono un essere libero.

Immagino che
sotto una pioggia scrosciante
resterei sulla battigia
con i piedi a mollo
aspettando di morire
disidratata
fulminata

I segni che indicano la via / la via che non possiamo prendere / mi avete presa in un momento sbagliato / quindi perché non ve ne andate a farvi fottere (Joy Division)

sabato 1 agosto 2026

Orientarsi da soli, in principio di fine


"Poveracci, senza un futuro", così diceva lei. "Gli danno il pane per sopravvivere, ma cos'hanno davanti a loro?". E mi tirava un'occhiata bieca di sottecchi. Non so perché gli immigrati dovrebbero avere il suo cuore immacolato mentre sua figlia... Nonostante viva la stessa situazione, più o meno. Lo sa bene. (Proprio in quanto lo sa, parla così).

Ma la voce di R. mi riporta al presente, dando un'enfasi di nuovo importante al ricordo. Come "svolgendo la trama" di esso. 

Siamo seduti sulle panchine di un parco. Le stelle sono più luminose nell'aria gonfia d'umidità. Riesco a sentire qualche zanzara pizzicarmi le gambe. Qualche lucciola svolazzare per l'aria. Molto romantico. 

Ed è così che R. me la butta lì -- è probabile, c'è la possibilità che, se ne torni in Nord Europa quanto prima, e chi s'è visto, s'è visto. E' allora che spengo la cassa.

"Non abbiamo altro tempo da condividere, allora". 

Mi allontano. Il rumore delle frasche mi suggerisce che R. mi sta seguendo.

Bevi. Che è meglio.

C'è una piazza con DJ all'aperto che spara musica di merda senza vergogna. I tavolini. Beviamo due drink.
Silenzi infiniti.

Sulla via del ritorno zoppico. 

Ho la sensazione mi resti poco da vivere. Dunque avrei una voglia matta di respirare la vita. Mi è stato detto che sarei sola a vivere gli ultimi tempi -- e io da sola non so nemmeno attaccare un bottone. Forse unirmi agli spettri sarebbe -- e sarà -- più bello del previsto. Quando penso a questa possibilità, l'unica cosa che rimpiango sono le cose che non sono riuscita -- e non riuscirò -- a fare.


Siamo quasi alla fine.
Va tutto bene -- tutto andrà bene alla fine.
Se non va bene, non è la fine.
L'universo è un'immagine amorevole, fissa e "necessaria".
Amor fati.
Io non ho paura.

giovedì 30 luglio 2026

Fuori dal pozzo


Sono successe una serie di cose che non ci tengo a riportare -- l'alcool è micidiale e incasina la mia vita-già-bella-che-incasinata ulteriormente.

Ho la parte oscura del mio cuore -- come il lato adombrato della luna -- che sibila: "La faccia a terra proprio, dovresti avere" (se leggi con l'accento siciliano, fai bene). 

D'altro canto... le rivolgo uno sguardo vuoto e disinteressato.

"Chi se ne frega". Delle figuracce, del vomito, della bilancia impietosa, dei professori universitari con cui vorrei "scopare", del disprezzo che mi circonda, del biasimo e della compassione, delle bambine islamiche urlanti "puttana" per strada.

Peggio non c'è o potrebbe esserci, forse solo se potesse piovere sterco.

Ma un occhio al cielo e tutto torna in linea con il Bene. Ieri notte c'era una luna rossa affascinante a Milano-Bergamo. In aereoporto c'era almeno un terzo della calura strappafiato di fuori. Ho comprato per due euro e novanta una bottiglietta d'acqua frizzante. A casa ho sbocconcellato un piatto di insalata di riso vegetariana (solo condiriso e formaggio primosale). E' sorta qualche scintilla che non è divampata in incendio.

Chi si sforza di starmi vicino lo fa per pena, ti sei mai sentito uguale?, per il resto non ho nulla da dire e nulla da dare.

Lo sporco mi annoda i capelli e le corde del cuore.

Nonostante abbia lanciato fuori di casa il mio fidanzato, dopo una notte di lontananza abbiamo di nuovo dormito insieme. Stamattina mi sono svegliata vedendo che mi guardava. Gli ho stretto la mano.

Sai che un giorno potrei essere guarita?
Sai che potremmo avere una bambina? Sarà femmina -- con la tua testa e il mio viso.
Sai che potremmo essere felici, noi tre, a modo nostro, fuori da qui?...

...

giovedì 9 luglio 2026

Sono pazza di me

Io sono pazza di me, di me
E voglio gridarlo ancora 
Non ho bisogno di chi mi perdona 
Io, faccio da sola, da sola 
E sono pazza di me sì perché 
Mi sono odiata abbastanza 

Col cuore che ho spremuto come un dentifricio 
E nella testa fuochi d’artificio 
E se in giro è tutto un manicomio 
Io sono la più pazza che c’è, che c’è

- Loredana Bertè, "Pazza"

Oggi scelgo di far risuonare nelle cuffie la Loredana nazionale. Questa canzone l'ho scoperta grazie a Marika. Per ringraziarla (anche se lei non lo sa), le ho regalato una maglia.

Sono di nuovo a casa -- e da oggi in poi sono la prima persona della mia vita. La parola "scusa" sparirà dal mio vocabolario. Tutti hanno qualcosa di cui scusarsi. Davvero tutti. E non sarò io l'unica stupida a farlo -- da ora in poi.

Quando sento i sensi di colpa -- molto spesso -- io ancora sento risuonare un ritornello che ha radici antiche quanto sono vecchia io, nella mia mente:
"Mi dispiace d'esser nata" -- presumibilmente è ai miei genitori che è rivolta questa preghiera.
"Mi perdono d'esser nata" -- correggo.

I miei gusti musicali sono un po' diversi, ("diversificati", meglio: ascolto tutto, letteralmente tutto meno la trap) dalla Berté. Anche se lei la considero una delle migliori in Italia, attualmente.

Ho trovato una sorpresa nella cassetta delle lettere:


Direi questo un motivo di gioia, ma è gioia stinta.

La mia unica vera fonte di gioia al momento è il mio fidanzato, che alterna odio a baci.
Poteva andare peggio. Potevo non incontrarlo. Potevo ammalarmi davvero.
L'unico rimpianto che avevo al pensiero di morire era di non poterlo più vedere.
Crolla lui, crolla tutto il mio mondo.

E quelli che ho amato /
li ho amati da sola

Mi prometto di farmi solo ciò che mi fa stare bene. Che fa stare bene me stessa. Un "sano" narcisismo almeno.

Posso cingermi le spalle da sola e posso darmi tutti i baci del mondo sulla pelle bruciata e tagliata.

Sono stata bene per due giorni, dormendo mattina, pomeriggio, sera, notte, scordandomi pure di mangiare, senza parlare con nessuno.

La solitudine non è per nulla male.

martedì 7 luglio 2026

Ricominciare a fluire


Sono uscita all'alba. Sono riuscita a completare 5 km di percorso. Il piede destro è messo male, ora.



Nonostante il dolore, sono comunque riuscita ad andata a fare la spesa per oggi: cous cous, insalata di farro e feta, una barretta di frutta disidratata, una bevanda ai frutti di bosco (zero zuccheri-zero rimorsi).

Il mio fidanzato era nero quando ci siamo visti alle otto meno un quarto.
Prima di annunciargli che avevo ripreso a fluire con il corso della strada, passo dopo passo, gli ho -- forse sadicamente e volutamente -- rovinato ulteriormente l'umore con discorsi superflui e sciocchi.
Lui è il tipo "allodola" che al mattino non bisogna rivolgergli la parola.

Ho preso i miei tossici medicinali, ho preso 4 pillole di spirulina e il caffè del giorno.
Tutto va che è una schifezza. Non ho nulla di cui lamentarmi.
Mastico la barretta di mela disidratata. Alla fine, forse è meglio "vivere" così. Presi in trappola da così tanti problemi da non riuscire nemmeno a muoversi, nelle sabbie mobili dell'infamia, del disonore e della vergogna.

Camminando, riflettevo su ciò che sono. "I feel like a monster" pensavo, in inglese (alle volte penso in inglese). Sono una persona crudele, meschina. La peggiore del mondo.

Proprio per questo metto un piede avanti all'altro e cammino. E cammino. Scivolo sulle strade senza fermarmi, senza indugiare sotto nessuna porta, sotto nessuno sguardo.

Non è questa terra il "mio posto". Sono di tutto il mondo. E tutto il mondo è mio -- poiché non ci apparteniamo reciprocamente, allora, io sono amalgamata al vuoto di ogni spazio, di ogni angolo di strada, di ogni cellula della gente.

Nulla.
E tutto al tempo stesso -- con un po' di solipsismo.

Resto ottimista.

domenica 5 luglio 2026

Tutto l'universo obbedisce all'amore

British Cemetery, Catania

Sempre  nei cimiteri si percepisce un senso ineffabile di pace e tranquillità.
E' una cosa che mi risulta affascinante, perché -- forse -- vuol dire che "i morti sono in pace". Pensarlo è bello. Rassicurante. Caloroso. E' gioioso.
Poiché tutti siamo destinati a tornare alla terra.

L'aria dei cimiteri -- mi piace pensare -- è l'aria di Dio, del Cosmo così com'è stato ordito da Dio.

Se vi sentite perduti, guardate il cielo: il lento movimento delle nuvole sospinte con dolcezza dal vento; le stelle brillanti nel cielo notturno; la luna, che riluce solitaria in mezzo ad esse...

L'universo, io credo, è calmo. Credo che Satana -- o il Male, o l'Ego --, all'interno del cuore degli uomini renda tutto molto caotico e fracassoso -- inutilmente.

Morire vuol dire un po' tornare al Tutto prima del Nulla.

Come può qualcosa di così dolce essere frutto del caso?
Come può non esserci un'Intelligenza alle spalle?
Sia pure il "Deus sive natura" di Spinoza.

Non so molto di astrofisica -- non so nulla di astrofisica -- ma quando guardo il cielo, io mi sento così in pace e... a volte, triste. Piccola come un granello di polvere di fronte alla vastità dell'universo.

A che serve preoccuparsi?
Quanto piccoli sono i miei (i nostri) problemi di fronte all'immensità ed indifferenza dell'Universo?

Giacomo Leopardi lo scrisse nel suo "Infinito".

E in questa immensità s'annega il pensier mio, 
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Tutto l'universo obbedisce all'amore. E' il titolo di una canzone -- bellissima -- di Battiato e Consoli. I due cantautori siciliani si sono uniti per dar vita ad un pezzo geniale e storico. 

"Storico", dico, non tanto per la sua popolarità. Ma perché ricalca i concetti di quella lettera (attribuita a) Einstein alla figlia Lieserl, poco prima di morire:

Quando proposi la teoria della relatività, pochissimi mi capirono,
e anche quello che rivelerò a te ora,
perché tu lo trasmetta all’umanità,
si scontrerà con l’incomprensione e i pregiudizi del mondo.
Comunque ti chiedo che tu lo custodisca per tutto il tempo necessario, anni, decenni,
fino a quando la società sarà progredita abbastanza
per accettare quel che ti spiego qui di seguito.
Vi è una forza estremamente potente per la quale
la scienza finora non ha trovato una spiegazione formale.
E’ una forza che comprende e gestisce tutte le altre,
ed è anche dietro qualsiasi fenomeno
che opera nell’universo e che non è stato ancora individuato da noi.
Questa forza universale è l’amore.
Quando gli scienziati erano alla ricerca di una teoria unificata dell’universo, dimenticarono la più invisibile
e potente delle forze.

L’amore è luce, visto che illumina chi lo dà e chi lo riceve.
L’amore è gravità, perché fa in modo
che alcune persone si sentano attratte da altre.
L’amore è potenza, perché moltiplica
il meglio che è in noi, e permette che l’umanità
non si estingua nel suo cieco egoismo.
l’amore svela e rivela. per amore si vive e si muore.
Questa forza spiega il tutto e
dà un senso maiuscolo alla vita.
Questa è la variabile che abbiamo ignorato per troppo tempo,
forse perché l’amore ci fa paura,
visto che è l’unica energia dell’universo che l’uomo
non ha imparato a manovrare a suo piacimento.
Per dare visibilità all’amore, ho fatto una semplice
sostituzione nella mia più celebre equazione.
Se invece di e = mc2 accettiamo che l’energia per guarire il mondo
può essere ottenuta attraverso
l’amore moltiplicato per la velocità della luce al quadrato,
giungeremo alla conclusione che l’amore è
la forza più potente che esista, perché non ha limiti.
Dopo il fallimento dell’umanità nell’uso e il controllo
delle altre forze dell’universo,
che si sono rivolte contro di noi, è arrivato il momento
di nutrirci di un altro tipo di energia.
Se vogliamo che la nostra specie sopravviva,
se vogliamo trovare un significato alla vita,
se vogliamo salvare il mondo e ogni essere senziente che lo abita,
l’amore è l’unica e l’ultima risposta.
Forse non siamo ancora pronti per fabbricare una bomba d’amore,
un artefatto abbastanza potente da distruggere tutto l’odio,
l’egoismo e l’avidità che affliggono il pianeta.
Tuttavia, ogni individuo porta in sé un piccolo ma potente generatore d’amore la cui energia aspetta solo di essere rilasciata.
Quando impareremo a dare e ricevere questa energia universale, Lieserl cara,
vedremo come l’amore vince tutto,
trascende tutto e può tutto, perché l’amore è la quintessenza della vita.
Sono profondamente dispiaciuto di non averti potuto esprimere
ciò che contiene il mio cuore,
che per tutta la mia vita ha battuto silenziosamente per te.
Forse è troppo tardi per chiedere scusa, ma siccome il tempo è relativo,
ho bisogno di dirti che ti amo e che grazie a te sono arrivato all’ultima risposta. 
Tuo padre Albert Einstein

venerdì 3 luglio 2026

Mono no aware

Sono morta felice smettendo di aspettare Godot.


Stamattina avevo deciso: mai più avrei aspettato Godot. Di conseguenza Godot s'è fatto vivo. Ha fatto "cucù" come per scherzo del destino. Per le correnti esoteriche, non è una riapertura d'un capitolo. E' il segnale di una sua chiusura definitiva

In aereo mi è stato assegnato il 35C. Dietro un uomo dalla pelle abbronzata. Un po' più tarchiatello di come lo ricordavo. Sono certa all'87 per cento che fosse lui. E' diventato un uomo davvero attraente. Io mi sono "rovinata" ulteriormente.
Dato che stanotte non avevo chiuso occhio nemmeno un minuto, ho passato il tempo del viaggio a dormire sulla spalla del mio fidanzato. Mi ero spostata a sinistra, dietro d'uno sconosciuto -- perché il tris di posti era libero. Sapevo che ce l'avevo (quasi) davanti. Stesso volo, stesso giorno, stesso posto, fila diversa. Non si trovava accanto a me. Si trovava davanti.
E qui è chiaro che non c'è niente da fare: mono no aware. Tutte le cose (belle o brutte o sceme o belle e brutte e sceme insieme che siano) sono destinate a finire, lasciandosi un leggero strascico di lievissimo rimpianto.
Io dormivo. Non lo guardavo. Lui aveva la valigia piazzata accanto alla mia. Mentre, alla fine del volo, la tiravo fuori da lì, mi ha fissata. Io ho fatto finta di niente. Poi, però, lo sbirciavo. "Ma è lui o non è lui?".
Se non era lui era un sosia quasi perfetto.
Questa è la seconda volta che ci troviamo in una simile situazione. La volta precedente, volo Trapani-Roma Fiumicino, nell'antico 2014, era lui a stare a destra rispetto a me, ma sempre davanti a me.
Il passato mi precede, ma è passato.
Ho provato un leggero disagio. Lui disinvoltissimo. Indifferenza totale. "Questo capitolo è ormai chiuso da secoli" sembrava dire. E non so se esserne compiacente e sollevata.

In macchina canticchiavo con Spotify acceso. Rehab di Amy Winehouse. L'algoritmo di Spotify via via mi mostrava sempre canzoni più tristi. Infine ho spento il bluetooth della cassa. Le canzoni "tristi": ma vaffanculo.

In effetti mi sono accorta di essere (io) triste.

Il mio fidanzato non sapeva e non diceva (di conseguenza) nulla. Guidava in silenzio. Ogni tanto ci stringevamo la mano.

Ho scelto di dormire sulla sua spalla, non di fissare un tizio che (forse, un tizio che) appartiene a un passato ormai intoccabile, irragiungibile e -- forse -- insignificante. Forse, no. 

Mono no fucking aware.

Forse un giorno solo, secoli fa, lui ha provato addirittura tenerezza.
Di sicuro io non ho fatto altro che pensarlo per sei o sette lunghi anni.
Ma ne sono passati altrettanti e... anzi, di più.

Addio. 

lunedì 29 giugno 2026

Il deserto e il muro

Sono un elemento avverso alla Natura -- e all'Italia soprattutto, nonostante ne ricalchi pessimamente gli stereotipi -- perché il giorno che parto dalla Lombardia il cielo si fa azzurro e la cappa di caldo afoso svanisce quasi del tutto, mentre quando deve accogliermi la Sicilia, la nebbia si taglia con il coltello tanto che non si vede nemmeno il mare.

Sono seppellita viva da problemi vari, non ultima la separazione dal mio fidanzato. E la vita sembra un po' così:


Ciononostante, sopravvivo.
Aspettando. Un'altra occasione.

Nei giorni scorsi ho pensato a quella tendenza narcisistica a radere al suolo tutto. Ci sono persone così: che hanno bisogno di radere al suolo ogni cosa pur di sentirsi nelle condizioni adeguate a ricostruire. 


All alone, or in twos
the ones who'll really love you
walk up and down outside the wall.

Sì, il muro della paura della vita. Il muro della paura del mondo che mi separa-dal-mondo e mi reclude entro quattro mura bianche di casa. Con un compagno che non è più molto di quello che era (e tutto a causa mia) a farmi una qualche, annoiata e depressa, compagnia.
Non vado bene per il mondo -- non sono "fatta per la vita". Una vecchia (con tutto il rispetto per le vecchie: ce ne sono di molto buone e gentili) mi starnazzò addosso, anni fa, che io "distruggevo tutto e tutti". Così, tanto per. Scoppiai in lacrime. E poi gliele cantai di santa ragione.
Oggi parlavo con mia madre di prendere i Voti.
Ma te lo immagini? Una come me? Otto ore di preghiera al giorno e per il resto sveglia alle cinque, a letto alle ventuno, e lavoro duro? Dipende, certo, dalla "specializzazione": le suore di clausura sono diverse dalle suore laiche o missionarie. Ma io non sono adatta a nessuno dei tre ruoli. Se non altro perché sono agnostica -- oltre che crudele. E le preghiere, tanto più, detto alla "genovese", mi rompono tanto il belino, sicché (detto alla toscana), preferisco fare la casalinga-non-casalinga.
Sto di nuovo decentrandomi sul perno? Non era di questo che volevo parlare.

Ho tanto da dire che non dico mai niente. "Ho tanto da fare che non faccio mai niente". Ho tanto da piangere che non piango mai. Piuttosto la mia mente è immersa nella nebbia della scemenza -- forse non tanto genetica quanto psicologica. Hai capito bene: scemenza psicologica. E' il muro a cui accennavo prima. Che se sfiori quelle ferite, quel cuore, hai un'emorragia a diga che si rompe.

Pochi soggetti riescono ancora a sfiorare il mio cuore quanto "il simbolo" incarnato dallo scarrafone -- basta che si insinui nei miei incubi o nei miei ricordi dolorosi e penosi e le lacrime sono assicurate.

"Il sonno della ragione genera mostri"

giovedì 2 aprile 2026

Tutto il mondo è umano

Vedono differenze ovunque: di etnia, di credo, di nazione, di tradizione, di educazione, di cultura, di orientamento sessuale, di genere, di razza, di composizione corporea, di bellezza del volto, di status, di soldi. Preferirei assimilare il concetto di "normalità" a quello di "umanità". Tutto quanto è umano è anche normale
La definizione standard di "normalità" come "ciò che è solito, comune e prevedibile" dovrebbe essere soppiantata da un'integrazione totale
Ho un forte caparbio ego anch'io. Differendo-differenzio fra chi è "simile" e chi "è lontano". Questa credo sia una colpa da imputare all'ego. E l'ego è il diretto prodotto della mente di superficie, una parte di noi che ha bisogno di differenziare per sentirsi al sicuro, forse, per alcune tradizioni religiose, per così dire, "satanica", (il termine "diavolo" deriva dal greco διά-βάλλω, ovvero "io divido") che non vede il mondo ma solo una sua rappresentazione olografica. 
Quando guardi il cielo, cosa vedi? Ci siamo tutti sotto. Il cielo è unico per tutti - non siamo mai soli. Mi faccio giuramento di vedere in ognuno il filo rosso che mi unisce a lui.
Quanto è fuori luogo questa voglia in me di vedere vita dove c'è solo fredda distanza egoica? Tanto. E' un peccato. Ciascuna persona è un pezzetto di universo, condensato in una forma, e se solo superassimo la paura per ella potremmo inglobarci più alla sostanza "minima", "unica".

mercoledì 25 marzo 2026

Perché i riti funebri sono una cosa raccapricciante

2026. Anche nel mio paese di campagna provinciale viene istituita la "Casa del commiato", come già si fa da tempo in molte altre zone del Paese (e fuori). Sono finiti i tempi della fiumana di processioni alla casa del defunto per portare lacrime e condoglianze per la veglia. Anche nella più rustica Sicilia, interviene il "progresso". Che questo faccia storcere il naso alle generazioni precedenti, non è di grande sorpresa. Siamo in territorio grandemente avverso alle novità e ai cambiamenti, pieno di gente così rigorosamente tradizionalista...
Ma non è di questo nuovo business che ha attecchito anche lì che vorrei parlare. L'argomento della morte mi segue da tanto tempo; di conseguenza ho avuto così tanto tempo per pensarci che sono giunta ad una conclusione: nessuna casa del commiato. 
Nessuna bara per me. 
Mi farò cremare.

Che pessimo gusto, il cattolicesimo, con il suo necrofilo culto dei morti da omaggiare con fiori profumati che adornano le tombe anche dopo decenni e in qualche raro caso lustri di distanza dal dramma. Porta i fiori ai defunti. E' un modo per mantenerli vivi nella propria memoria, dicono. La parata del cordoglio utile all'ego che in realtà silenziosamente si distacca: tu sei lì, io sono qui, ti ricordo ma devo ricordarmi di essere ancora vivo per scordarmi che farò la tua stessa fine.
Il macabro rito del corpo che chiusa la bara sparisce per tutta l'eternità alla vista. Non ho mai partecipato ai funerali dei miei parenti, per il semplice motivo che è una ricorrenza inutile, inquietante, quasi horror per quanto mi riguarda.
Ricordo eppure perfettamente quando fecero sparire la cassa da morto di mia nonna nel suo eterno sepolcro. Avevo tredici anni e fu l'ultimo funerale a cui assistetti. Loro la spinsero all'interno della buca, così, come se fosse materiale organico da nascondere alla vista per sempre. E così infatti era. La mia mente lo capiva perfettamente. Inutile piangere su qualcosa per cui si coprono gli occhi a non vederla. Seppellito il morto, finito il problema. Scomparso dalla vista. Arrivederci e grazie.
Eppure era una persona, una volta. Com'è possibile che non esista più in nessun angolo di mondo, che il suo destino sia inevitabilmente liquefarsi all'interno di una fossa sul muro (o sotto terra)? Come una cosa tanto orribile può essere integrata in una religione che predica una creazione "amorevole"? Come possiamo sentirci uniti sotto un abbraccio d'amore generativo - la proprietà intrinseca generatrice ma anche, d'altro canto, soppressiva della materia - se un giorno sfumeremo più leggeri dei petali di un soffione trasportati dal vento, polvere nell'aria o meno ancora?

Se non potessi essere cremata, allora vorrei essere gettata in una fossa comune, dove nessuno possa vedermi. Spesso paragonavo il mio continuo tentativo di "partire" all'allontanarsi dei mici fra le frasche... ecco, quando i gatti o i cani sanno che stanno per morire, spariscono alla vista. E così spero di avere il modo di fare io - spegnere il telefono, staccare il citofono, morire in solitudine. E' il modo meno doloroso di andarsene per chi resta - perché ovviamente il dramma è sempre e solo per chi resta. 
(Al limite.)