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lunedì 24 agosto 2026

Io e le lingue


Nie mowie po polsku
. Significa "Non parlo polacco". Lo sto però studiando con la mano e la gru del mio fidanzato. Il fatto che ci siano sette casi non mi intimorisce. Non ti temo polskiego
Mi sono tornate alla memoria le lacrime versate sulle versioni di greco al liceo a macchiarne l'inchiostro. In greco non ci son solo cinque casi, ma anche tre o quattro declinazioni vere e proprie. E' un po' come il latino, ma la versione horror del latino che è già un incubo di per sé. Oggi ne ho cercata una. En tè Athenòn agorà. Ho tradotto "Nella piazza di Atene". Il resto, segni criptici di cui conoscevo il suono ma non il significato. Sono in fondo passati vent'anni quasi. Cinque anni di scuola sono serviti a malapena a farmi apprendere la pronuncia delle lettere greche. Però nessuno studente di greco, neppure io, potrà mai dimenticare...

egò / emoù / emoi / emè

Il polacco è più difficile del tedesco da imparare per un italiano. Paradossalmente, questa per me è toda gioia. Più un compito è difficile, più mi appassiona. Sono una bambina dotata. Dotta. Dotata.


Como me muero

domenica 23 agosto 2026

Indagini (?)

La polizia italiana è uguale a quella dei Simpsons. Forse non a caso le barzellette sui carabinieri sono così diffuse. Se pensi al carabiniere tipicamente italiano, pensi al commissario Winchester (non per forza obeso). Quanti carabinieri servono per installare una lampadina? Venti. Uno tiene ferma la lampadina e il resto gira la stanza. Battute di questo tipo. Eppure il glorioso corpo dei carabinieri di Canicattì (comune siciliano a caso -- non sono di Canicattì) si è presentato alla porta della vecchia madre cercandomi. Non so per chi, un certo tizio, sul quale avrebbero "chiuso le indagini" (dopo quanti anni?). Probabile che c'entri una denuncia alla postale inviata non so quanti anni fa di cui mi sono completamente scordata. Spero non sia nulla di preoccupante. Ho già incubi nell'onirico, non ci tengo ad averne nella realtà.

Ma il vero punto del post inutile scritto tanto per non restare troppo a lungo fuori raggio è: il mio coniglio domestico è un fan di L'estate in cui Hikaru è morto.


Sia mai restare fuori raggio...


lunedì 17 agosto 2026

A wandering mind is an unhappy mind


E' il titolo di un trattato scientifico di cui sta parlando in TV (Youtube è la mia TV) JustMick. Il commento che sorge alle labbra è "Il potere di adesso di Eckart Tolle, in soldoni".

Scienza e religione sono due elementi complementari

Ne ha parlato anche il fisico Fritjof Capra in "Il tao della fisica". Nel saggio espone come le religioni orientali di migliaia di anni fa, Taoismo e Buddhismo in primis, avessero compreso la struttura della realtà ben prima di Newton, Galileo e Copernico,Einstein e la sua "relatività".

(Con tutto il rispetto per la scienza, è un metodo per me farraginoso per arrivare al perché della vita.)

"A wandering mind is an unhappy mind", cioè "una mente che vaga è una mente infelice". 

Meno "fai", più "pensi", più "pensi" più sei?, no, Cartesio era un altro ingenuo -- più "pensi", più sei "infelice". Il movimento, e non la stasi, dà un senso alla vita dell'uomo. E' il lavoro che sana le psicosi. La pigrizia (che è il perpetuo ritornello mentale "non val la pena": sofferenza, non colpa) -- oltre ad essere un propulsore naturale di infelicità a catena -- è la matrice di tutte le nevrosi.

Non ho voluto la bicicletta (la vita), ma dato che ormai ne ho una è meglio che cerchi di pedalarci. Perché è un viaggio, una corsa. E io rischio di crollare se non ce la metto tutta...

sabato 8 agosto 2026

Chi vuol esser lieto sia (che vita)

Mia madre mi ha informata che in settembre dovrò tornare nell'isola natìa. Si tratta di un controllo dalla commissione per arrotondare lo stato di cosiddetta invalidità. Stanotte ho seguito un capitolo di informatica, facendo finta di non pensarci. Molte persone si fanno in quattro per strappare soldi allo Stato, anche "fingendosi" in difficoltà. Il mio amore mi ha detto a mo' di consolazione di ricordarmi dei falsi invalidi. Io non sto fingendo. Ho schiere infinite di cartelle cliniche a dimostrarlo. Io sono malata davvero. Ma io non voglio essere malata. Tantomeno etichettata come tale. Io voglio essere "normale".

Non so che pene d'inferno farò passare (più ancora che "passerò") prima che mi venga data la cifra tonda. Soffrirò come una belva spinta a forza al mattatoio. Come la Capinera di Verga rinchiusa fra mille strilla e mille pianti in convento.

Mi sovvengono alla mente tanti di quei incidenti anche pericolosi per la mia incolumità in mano a pazzi scatenati, e stupri, e tentativi di suicidio e di omicidio (ai miei danni), e insulti, insulti sin dalla più tenera età, insulti a non finire come tarli nel cervello, e solitudine, isolamento, non un fiato d'anima in giro che mi porgesse la mano.

Non sono una che apprezza chi si piange addosso, e ovviamente non amo piangermi addosso neanch'io. Ho fatto carte false per inserirmi nel mercato del lavoro. Non ci sono riuscita. Non che fosse l'età non più freschissima a remarmi contro. Probabilmente era il mio cervello a rovescio.

Sarebbe pio e buono che nessuno me ne facesse una colpa -- almeno -- ed è così che riprendo a lacrimare patetica e mesta.

Mi sono resa conto di poter fare una sola cosa alla volta, quando esco. Così una cena in un Ramen bar-ristorante è stato il massimo che ho potuto tollerare. C'era un bel film horror da guardare dopo, ma ero così stanca ed indebolita che ho preferito tornare a casa. Il mio caro è stato comprensivo. Mi ha voluto bene nonostante gli avessi fatto bucare il biglietto ridotto -- se domani lo riacquisto io, arriviamo al biglietto intero. Stare con me -- ovviamente non per ciò, per ben altro -- è una grande fregatura sempre. Non mia colpa e credo nemmeno mia responsabilità. Faccio quello che posso limitata come sono da quaranta croci cristiche impilate l'una all'altra sulla schiena.

Quaranta croci? Quaranta chili?

Io che bevo la mia birra come Jessica 
sbocconcella "strano" la sua banana "chic".

Memore di quella volta che da bambina (così chiamo ora le sedicenni) avevo adorato il katsu don al giapponese, ho voluto ritentare con un sorriso di plastica -- quante calorie della minchiazza avrà oddio -- e devo dire che faceva discretamente schifo, insipido come poche cose al mondo (un gradino più saporito del konjac), e quelle 700 calorie (nonostante assenza di salse o condimenti, e 'a frittata d'ovo al posto dell'ovo fritto) valevano perciò proprio la pena d'essere ingurgitate. Per non pensarci ho bevuto. Benzina sul fuoco, l'alcool. Non già solo per le calorie aggiuntive, ma per aver tradito la mia arrancata d'astinenza totale.

Bevendo pensavo che se fosse andato in fiamme tutto il negozio con me dentro, sai che perdita per la società. (Che si salvassero solo R., il bangladino cameriere e i cuochi giapponesi). 

In televisione ora (tarda nottata) sfavilla la sigla italiana di Lady Oscar. Oh Lady Lady Lady Oscar. Quella che fa così, non so se ve la ricordate. 

Aprendo un attimo un paragrafo su un argomento che non rientra nei miei interessi, il rifacimento degli anime giapponesi (compreso Versailles no Bara), in chiave reboot o Live Action (One Piece...), è forse un modo per peggiorare (ulteriormente) l'impatto emotivo ad opera di suddetti prodotti. (Lady Oscar è l'unico anime che mi piaccia ancora). Ieri sentivo un criminologo più o meno quarantenne con il baffetto e l'aria da nerd dotto con dottorando che discorreva piacevolmente e cordialmente della psicologia dell'anime di Naruto, o meglio, del personaggio di Naruto Uzumaki, l'ho trovato così interessante che ho avuto il guizzo di tornare ai miei quattordici anni quando facevo maratone interminabili di episodi del suddetto cartone e grazie a ciò avevo imparato anche qualche termine o frase in lingua nipponica (li guardavo con i sottotitoli, la versione italiana era zeppa di censure), (dopo 200 episodi a rotta di collo in un mese, ovviamente qualche termine lo avevo imparato).

Un metodo utile di apprendimento delle lingue sembra essere guardare trasmissioni o episodi in lingua originale, sia pure con i sottotitoli nella propria lingua madre. Il cervello è generalmente lesto a fare associazioni fra un certo suono e un certo significato. Wakaru deshou. La figlia rumena della compagna rumena di mio padre (siciliano) è così che ha imparato l'italiano. Seguendo l'Antonellona nazionale sui canali di lingua italiana con i sottotitoli rumeni in Romania, lei e i suoi tristi e inutili programmi di cucina. Ce ne vogliono di palle. Io, tutto sommato, avevo quattordici anni e l'anime di Naruto mi appassionava. A lei cosa l'appassionasse (errore grammaticale voluto) di Antonella Clerici e dei suoi programmi per casalinghe ciabattate, per sapere? La ricetta del risotto alla milanese, del cotechino colle lenticchie di Capodanno, del polpettone provola e prosciutto cotto? Che tristezza. La figlia rumena della compagna rumena di mio padre, intanto, zitta zitta, ha imparato l'italiano così. Lo parla bene. Complice forse il fatto che rumeno e italiano sono parte dello stesso ceppo linguistico. L'inglese lo ha studiato all'Università. Così come A., la cugina di R., ha vissuto in Inghilterra. E poi ha fatto il balzo scavezzacollo: si è trasferita a Singapore -- ciaooone, stronziiiiiiii. A. cugina di R. è oggi invece ubicata, credo, in Australia... (chi se ne frega di lei)

Chissà perché tendenzialmente più il tuo passato è una vergogna / orrore più desideri metterci in mezzo migliaia di km di distanza fisica. E' quello che vagamente sognavo di fare anch'io quando ho fatto richiesta per il passaporto, ottenendolo. Ma nonostante l'abbia ottenuto, ho l'impressione che non potrò andarmene da qui

domenica 19 luglio 2026

Poteva andare peggio

Esame d'inglese: Avrò fatto diversi errori/orrori, ma spero e credo di averlo superato
Milano: Una città di gente fredda e allampanata, mi appare, ma poco la conosco e poco la conoscerò, credo.

Finiti gli esami ci siamo fermati nei pressi dell'università al cosiddetto Crazy Cat Café. Una normale caffetteria con diversi gatti a scorrazzare (9 in tutto) ispirato ai caffè di Osaka, in Giappone.
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Nei dintorni c'era un Penny e ho preso una bevanda. Una signora mongolica davanti a me, scura di pelle, mi rivolge una smorfia e bisbiglia un insulto. Normale. Normalissimo. La stessa signora per pagare un kg di carne alla cassiera dà ogni singolo euro centesimo dopo centesimo. "Ne mancano sette". Dai signora cinese, che ce la fai. Dopo mezz'ora posso pagar la bevanda e ce ne andiamo dal caos di Milano -- bella città, in fondo. Ho scannerizzato le strade e non ho trovato una sola curvy per le vie. Non-una. A parte un'islamica un po' sovrappeso, erano tutte magrissime e con la pancia scoperta. Beate loro.

Torno nella zona di casa per farmi il colore e quessto è il tristo risultato.

E dire che i filtri migliorano.

Tutto sommato non sono del tutto insoddisfatta. Ad occhio possono prendermi al circo, per il momento, però il colore rosso tende a "scaricare" con gli shampoo. Il parrucchiere-checca assicura diventeranno (non si sa quando) un biondo irlandese.
Ho preso le misure di che tipo di grassofobia ci fosse nell'ambiente (la parrucchieria). Piattini pieni di frasi come "I fidanzati vanno, i carboidrati restano", "Le ossa grosse NON ESISTONO", (siamo alle medie), "Verba volant, GRASSI manent", "Di MAGRA ti è rimasta solo la consolazione" (questa era bellicchia, dai).
E il parrucchiere-checca che sostiene parlando con un'altra cliente che le donne grasse (obese) "non devono essere belle".
Dopo quattro ore a trattarmi con l'acido nelle vene, (lui, ma anche le altre clienti filiformi), in pieno stile "fatphobia"... lui pretende che paghi in nero, sennò niente. Allora niente. Arrivederci. Me ne vado senza pagare promettendo promesse da marinaio che "tornerò" come Ulisse.

Forse.

venerdì 3 luglio 2026

Mono no aware

Sono morta felice smettendo di aspettare Godot.


Stamattina avevo deciso: mai più avrei aspettato Godot. Di conseguenza Godot s'è fatto vivo. Ha fatto "cucù" come per scherzo del destino. Per le correnti esoteriche, non è una riapertura d'un capitolo. E' il segnale di una sua chiusura definitiva

In aereo mi è stato assegnato il 35C. Dietro un uomo dalla pelle abbronzata. Un po' più tarchiatello di come lo ricordavo. Sono certa all'87 per cento che fosse lui. E' diventato un uomo davvero attraente. Io mi sono "rovinata" ulteriormente.
Dato che stanotte non avevo chiuso occhio nemmeno un minuto, ho passato il tempo del viaggio a dormire sulla spalla del mio fidanzato. Mi ero spostata a sinistra, dietro d'uno sconosciuto -- perché il tris di posti era libero. Sapevo che ce l'avevo (quasi) davanti. Stesso volo, stesso giorno, stesso posto, fila diversa. Non si trovava accanto a me. Si trovava davanti.
E qui è chiaro che non c'è niente da fare: mono no aware. Tutte le cose (belle o brutte o sceme o belle e brutte e sceme insieme che siano) sono destinate a finire, lasciandosi un leggero strascico di lievissimo rimpianto.
Io dormivo. Non lo guardavo. Lui aveva la valigia piazzata accanto alla mia. Mentre, alla fine del volo, la tiravo fuori da lì, mi ha fissata. Io ho fatto finta di niente. Poi, però, lo sbirciavo. "Ma è lui o non è lui?".
Se non era lui era un sosia quasi perfetto.
Questa è la seconda volta che ci troviamo in una simile situazione. La volta precedente, volo Trapani-Roma Fiumicino, nell'antico 2014, era lui a stare a destra rispetto a me, ma sempre davanti a me.
Il passato mi precede, ma è passato.
Ho provato un leggero disagio. Lui disinvoltissimo. Indifferenza totale. "Questo capitolo è ormai chiuso da secoli" sembrava dire. E non so se esserne compiacente e sollevata.

In macchina canticchiavo con Spotify acceso. Rehab di Amy Winehouse. L'algoritmo di Spotify via via mi mostrava sempre canzoni più tristi. Infine ho spento il bluetooth della cassa. Le canzoni "tristi": ma vaffanculo.

In effetti mi sono accorta di essere (io) triste.

Il mio fidanzato non sapeva e non diceva (di conseguenza) nulla. Guidava in silenzio. Ogni tanto ci stringevamo la mano.

Ho scelto di dormire sulla sua spalla, non di fissare un tizio che (forse, un tizio che) appartiene a un passato ormai intoccabile, irragiungibile e -- forse -- insignificante. Forse, no. 

Mono no fucking aware.

Forse un giorno solo, secoli fa, lui ha provato addirittura tenerezza.
Di sicuro io non ho fatto altro che pensarlo per sei o sette lunghi anni.
Ma ne sono passati altrettanti e... anzi, di più.

Addio. 

lunedì 29 giugno 2026

Il deserto e il muro

Sono un elemento avverso alla Natura -- e all'Italia soprattutto, nonostante ne ricalchi pessimamente gli stereotipi -- perché il giorno che parto dalla Lombardia il cielo si fa azzurro e la cappa di caldo afoso svanisce quasi del tutto, mentre quando deve accogliermi la Sicilia, la nebbia si taglia con il coltello tanto che non si vede nemmeno il mare.

Sono seppellita viva da problemi vari, non ultima la separazione dal mio fidanzato. E la vita sembra un po' così:


Ciononostante, sopravvivo.
Aspettando. Un'altra occasione.

Nei giorni scorsi ho pensato a quella tendenza narcisistica a radere al suolo tutto. Ci sono persone così: che hanno bisogno di radere al suolo ogni cosa pur di sentirsi nelle condizioni adeguate a ricostruire. 


All alone, or in twos
the ones who'll really love you
walk up and down outside the wall.

Sì, il muro della paura della vita. Il muro della paura del mondo che mi separa-dal-mondo e mi reclude entro quattro mura bianche di casa. Con un compagno che non è più molto di quello che era (e tutto a causa mia) a farmi una qualche, annoiata e depressa, compagnia.
Non vado bene per il mondo -- non sono "fatta per la vita". Una vecchia (con tutto il rispetto per le vecchie: ce ne sono di molto buone e gentili) mi starnazzò addosso, anni fa, che io "distruggevo tutto e tutti". Così, tanto per. Scoppiai in lacrime. E poi gliele cantai di santa ragione.
Oggi parlavo con mia madre di prendere i Voti.
Ma te lo immagini? Una come me? Otto ore di preghiera al giorno e per il resto sveglia alle cinque, a letto alle ventuno, e lavoro duro? Dipende, certo, dalla "specializzazione": le suore di clausura sono diverse dalle suore laiche o missionarie. Ma io non sono adatta a nessuno dei tre ruoli. Se non altro perché sono agnostica -- oltre che crudele. E le preghiere, tanto più, detto alla "genovese", mi rompono tanto il belino, sicché (detto alla toscana), preferisco fare la casalinga-non-casalinga.
Sto di nuovo decentrandomi sul perno? Non era di questo che volevo parlare.

Ho tanto da dire che non dico mai niente. "Ho tanto da fare che non faccio mai niente". Ho tanto da piangere che non piango mai. Piuttosto la mia mente è immersa nella nebbia della scemenza -- forse non tanto genetica quanto psicologica. Hai capito bene: scemenza psicologica. E' il muro a cui accennavo prima. Che se sfiori quelle ferite, quel cuore, hai un'emorragia a diga che si rompe.

Pochi soggetti riescono ancora a sfiorare il mio cuore quanto "il simbolo" incarnato dallo scarrafone -- basta che si insinui nei miei incubi o nei miei ricordi dolorosi e penosi e le lacrime sono assicurate.

"Il sonno della ragione genera mostri"