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lunedì 24 agosto 2026

Il re è nudo: quattro chiacchiere sul merito

Sul motivo per cui gli abili venditori di fumo e promulgatori di supercazzole con scappellamenti destra/sinistra/insieme a piacere ottengano tanto successo sociale. 

La performance è tutto. Una persona che non sia brillante può ricorrere alla magia e ai giochi di prestigio per presentare un'immagine di se coerente alla sua maschera (o Persona) narcisistica. Può darsi l'aria di apprezzare le bonne choses de la vie, il vin buono, il jazz, le composizioni gormet, gli ambienti raffinati, ovviamente senza sapere nulla del background di tale stile di vita "bohemien" pagato lautamente a fior di quattrini nei locali più esclusivi, per le esperienze più indimenticabili.

Partiamo dal jazz che non è per nulla la musica raffinata per gente colta ed elegante (e ricca) che ci spacciano essere quando te la ritrovi in concerto al Moulen Rouge la serata di san Valentino con cena in abito da sera, tutto compreso 400 euro.

Ma la persona che non brilla di luce propria in senso sociale, di questo tipo di eventi non se ne perde uno. Lei è "alta classe". Serie A. Forse resta che abbia un genitore lavorativamente fermo dal 2001, un nonno fruttivendolo e una nonna sartina a domicilio, niente di encomiabile che potrebbe far pensare al "sangue blu". Nessun problema, stronzi: la persona che non brilla di luce propria, ma di luce riflessa, come la luna, sa bene omettere, o prendere le distanze da sì vergognoso volgo che non riconosce proprio, sputando nel piatto dove ha mangiato per anni -- le sue origini, il posto da cui proviene, risucchiate nell'oblio dalla materia oscura che minaccia l'universo, con il favore delle forze oscure sue amiche generalmente


Se di buone sembianze o finanze ce n'erano, li sfrutta per edificare un successo non solo economico ma anche sociale, fra serate nei caffè letterari di Vienna (solo caffè: lei non legge, per sua stessa ammissione), e il maniero di 3 o 4 piani per due persone pagato la modica cifra mensile di 4000 sterline al mese.

Non si sta capendo per nulla di chi sto parlando. Diamo un nome a questa persona. Chiamiamola Susanna.

La nostra Susy non è che abbia una colpa -- trovagliela -- ma crede nella bellezza dei suoi sogni, e come diceva Roosevelt "il futuro (dunque) appartiene (anche) a lei". Roosevelt dovrebbe avere avuto qualcuno a dirle che questo è il motivo per cui questo mondo meriterebbe un secondo asteroide nel punto giusto. Per arrivare a credere nella bellezza dei propri sogni bisogna essere sognatori, ma con i piedi ben piantati in terra; intendeva lei. Per realizzare il "domani" serve essere sognatori (secondo la serie TV Scrubs, "idioti"), ma non di quelli che appendono la cifra di 10.000 dollari sul soffitto e la fissano ogni mattina; per il domani bisogna lottare e battagliare ogni giorno per inseguire un obiettivo umanitario, non economico. 

Il domani è dei veri sognatori, perché loro sono i veri rivoluzionari. Chi guada nella piscina della confort-zone non aggiungendo nulla al mondo realizza i suoi sogni, (i suoi soldi), ma non è suo "il domani" di cui parlava la nostra Eleanor. Appartiene inderogabilmente a chi cambierà il mondo per mezzo del suo sogno.

Quello che l'analista di Naruto Uzumaki, il criminologo, identificava come "uno dei tre essenziali tasselli che differenziano il "mostro" dall'"eroe": avere un sogno, un sogno che però non fosse dimostrare-qualcosa-a-qualcuno (nel caso di Naruto, "il suo valore", nel caso dei quaqquaraqqua della vita vera, "quanto sono intelligente, capace, e ricco").


Ma più spesso la società competitiva - neoliberista non premia l'obiettivo raggiunto per mezzo del "desiderio". Premia semmai l'arrivismo e la violenza nel perseguire il desiderio a scapito d'altri. La bramosia del desiderio. Che non si concilia con la vera bellezza del desiderio.

è ovvio che... Diventare medici per bisogno di aiutare e salvare vite umane è diverso dal diventare medici per far quattrini e basta. Ma le lauree sono identiche e identiche sono le responsabilità e i grandi poteri che ne derivano. Un medico "per brama di potere" o un medico "per vocazione" sono la stessa cosa di fatto agli occhi della società. Tant'è che se chiamo per una visita ortopedica e domando del dottor Cincillaschi non chiedo alla receptionist se "è un vero medico" o "uno che vuole solo i miei soldi". Sarebbe balordo, ne convieni. Posso cercarne le recensioni e leggere se è valutato bene, certo. Ma qui il punto è che nemmeno la bravura è indice di passione. Può essere indice di talento, ma magari quel talento e quella bravura occultano un'anima cattiva, oscura e senza scrupoli -- che sorteggia a caso il cliente che merita di essere salvato e quello che merita di essere lasciato a morire. Un "vero" medico non fa distinzione fra paziente di serie A o di serie B. Ovviamente.

Ecco perché chi ha applicato "E del merito" al "Ministero dell'Istruzione" probabilmente non ha nemmeno passato la quinta elementare senza bocciature. Perché sei istruito per molti motivi (da non dimenticare, in mezzo a questi, il fattore C, o il fattore $$$), di cui il merito è l'ultimo da considerare.

Cosa significa per codesti "merito"? Significa: io ti sono superiore socialmente, perché ho raggiunto studiando, e meritandomelo dunque, un posto privilegiato in società. Da quel piedistallo privilegiato guardo dall'alto in basso te, poveraccio col diploma, che sei a prescindere meno valente e istruito.

[Einstein sarebbe stato Einstein sia in Germania che in Kenya. In Germania è diventato premio nobel per la fisica. In Kenya, non so. Forse avrebbe raccolto mango fino alla morte e si sarebbe rotto una sfilza infinita di vertebre prima del meritato eterno riposo.]

Piace alle destre come alle destre piace ogni forma di discriminazione e dicotomia alla "superiore/inferiore". Lo sappiamo dall'epoque di Faccetta nera e delle Camice nere. 

lunedì 17 agosto 2026

A wandering mind is an unhappy mind


E' il titolo di un trattato scientifico di cui sta parlando in TV (Youtube è la mia TV) JustMick. Il commento che sorge alle labbra è "Il potere di adesso di Eckart Tolle, in soldoni".

Scienza e religione sono due elementi complementari

Ne ha parlato anche il fisico Fritjof Capra in "Il tao della fisica". Nel saggio espone come le religioni orientali di migliaia di anni fa, Taoismo e Buddhismo in primis, avessero compreso la struttura della realtà ben prima di Newton, Galileo e Copernico,Einstein e la sua "relatività".

(Con tutto il rispetto per la scienza, è un metodo per me farraginoso per arrivare al perché della vita.)

"A wandering mind is an unhappy mind", cioè "una mente che vaga è una mente infelice". 

Meno "fai", più "pensi", più "pensi" più sei?, no, Cartesio era un altro ingenuo -- più "pensi", più sei "infelice". Il movimento, e non la stasi, dà un senso alla vita dell'uomo. E' il lavoro che sana le psicosi. La pigrizia (che è il perpetuo ritornello mentale "non val la pena": sofferenza, non colpa) -- oltre ad essere un propulsore naturale di infelicità a catena -- è la matrice di tutte le nevrosi.

Non ho voluto la bicicletta (la vita), ma dato che ormai ne ho una è meglio che cerchi di pedalarci. Perché è un viaggio, una corsa. E io rischio di crollare se non ce la metto tutta...

giovedì 16 luglio 2026

La grassofobia è misoginia


Ricordo una pagina Facebook -- un tempo rispettabile -- nella quale si sono infiltrati dei troll, riportando una poesia di proprio pugno che in soldoni voleva dire:

"Belle queste ciccione / che amano mangiare e sono pigre / e lasciano alle magre tutte le fatiche".

Credo fosse indicativo di una delle ragioni della grassofobia -- paura o pregiudizio per le persone grasse --, ovvero l'invidia.

"Io mi stresso per non mangiare, guarda invece quanto quella vacca si ingozza senza preoccupazioni!".

Quando pesavo 50 kg ed ero anoressico-bulimica non mi sono mai posta questo cruccio verso chi vedevo di obeso attorno a me -- magari in fila alla cassa del supermercato con un carrello pieno di leccornie --, semplicemente non mi interessava.
Un po' mi facevano pena gli obesi, ma non li odiavo e non li giudicavo. Anzi. Li trovavo simpatici e sentivo genuina compassione per loro. Se poi erano dolci, sorridenti, sentivo vera affettività nei loro confronti.

Anche da normopeso -- per la maggior parte della mia vita.

Ora che sono obesa, non provo neanche nessuna invidia od odio verso chi è magro. Penso che "poesie" scritte per invidia da persone come quelle di quel gruppo FB tradiscano malattia, in primis. Un rapporto disturbato con il cibo e con la propria forma fisica.

Perché, se sei magro e ottieni approvazione sociale, che te ne frega di "odiare" chi a parer tuo "si ingozza" (a parte che le ragioni dell'obesità sono molto più vaste della semplice ingordigia) e di conseguenza, a parer di massa, "è sgradevole"? Vuol dire che paghi caro e stracaro quel corpo magro che hai (la tua "fatica") per averlo. Ergo hai un dca. Anoressia, presumibilmente.

Molte anoressiche odiano le persone sovrappeso od obese perché assumono siano violente con loro, discriminandole per la loro forma filiforme. Bullismo, insomma. Le donne grasse sarebbero "le bulle per eccellenza".

Secondo ChatGPT, in realtà, è più pesante e diffuso lo stigma (discriminazione e violenza) contro chi è grasso, ma è sintomatico che queste ragazze molto magre si sentano vittime cosmiche "delle ciccione di merda", e si sentano in animo e quasi in dovere di infierire su di tutta la categoria con altra violenza -- a parte quella che già la società gli dedica.

Intendo, soprattutto se parliamo di donne grasse. Non di uomini grassi.

Il bullismo contro le donne grasse è feroce quanto lo era la discriminazione dei neri nell'America negli anni 30, sebbene (per fortuna, ma ci manca poco) non si basi su tecniche di segregazione esplicite. Ma sull'isolamento, sì. Sulla disumanizzazione, sì. Sullo stigma e sul pregiudizio, sì. Con uguale ferocia. Siamo lì -- i due fenomeni sono molto simili.

A dire "quel negro/italiano di m..." ovviamente (e giustamente) si urla allo scandalo e forse si finisce in tribunale. Non sovviene nessuno scandalo, invece, nel dire "quella vacca grassa di m...". Anzi, si ottengono plausi. Persino (o solo "pure") da quelle che si dichiarano "femministe". (All'acqua di rose).

La grassofobia è un problema di genere, prima che di giustizia sociale.

Il patriarcato ci vuole magre perché una persona che sia magra occupa (metaforicamente, oltre che fisicamente) meno spazio di una grassa. Ergo, (il nostro cervello riceve il segnale che) "conta" di meno.

L'odio verso le donne grasse -- che al 99% dei casi conduce ai DCA, e all'1% al suicidio (è avvenuto anche questo) -- non è un fenomeno trascurabile, "da ridere".

"La società ti vuole magro, non malato; se ti ammali, sono cazzi tuoi" mi scrisse un paperino su un social degenerato, poco tempo fa. Ok, e come ti ci spinge alla magrezza (non malattia), questa bella società? Con le buone maniere? No, con le cattive. Con il bullismo e l'umiliazione sistematica. Ed è per questo che poi alcune passano da 140 kg di puro grasso a 23 kg di pure ossa e cartilagini con le flebo attaccate ai bracci che le tengono in vita.

Secondo Daniele di Pauli, attivista contro la discriminazione degli obesi, questi pregiudizi contro il grasso sono diffusi soprattutto in campo medico.

Nel suo libro "Obesità e stigma" rompe il silenzio sul fenomeno della grassofobia in modo incisivo e deciso. L'etichetta di "Obeso", di fronte a una donna grassa, tende a preponderare su tutte le altre.

Ed è così che molti centri DCA rifiutano donne obese perché "Sono troppo grasse per avere un DCA" (ritornello che risuona molto nelle community di malate di DCA, che sia anoressia, bulimia, binge o DCA-NAS).

Da dottori che hanno la laurea per decidere quello che decidono.

Ergo, titolo e potere. E si presupporrebbe, anche "ragione".

Si puntò il dito contro gli obesi in periodo di CoVid;
Si punta il dito contro gli obesi per i costi sulla sanità pubblica;
Si punta il dito -- con disprezzo -- contro gli obesi quando ordinano cibo grasso al ristorante.

Ma mai che si capisca che sono vittime di una dipendenza, oltre che di una malattia, non della "pigrizia e della gioia di mangiare":

Voi una donna -- alla My 500lbs life -- che vive allettata con 400 kg di peso addosso, piena di edemi e gonfiori, e non vede la luce del sole da anni, la definireste "colpevole"? Allora "siete" davvero spietati.

Io vedo in lei una vittima, e così sono certa anche i più di voi, di una condizione di malattia mentale e fisica grave. Che paga lei per prima le conseguenze del suo grave problema.

domenica 12 luglio 2026

La facilità del "Chi tu sei" e la complessità del "Chi io sono"


L'etichetta che più frequentemente applichiamo a chi non tolleriamo, specie se poi abbiamo alcuni tratti di tipo narcisistico, è tendenzialmente "cretino". 

Tizio dice qualcosa con cui non sono d'accordo e "insiste a non essere d'accordo con me"? E' un cretino.
Caia si comporta in modo convenzionalmente assurdo, illogico o autolesivo (per dirla in altri termini, "segue più il cuore che la cerebralità")? E' una cretina.
Sempronio è un inibito, un pauroso, come si dice in Sicilia, "teme anche la sua ombra", oppure è un ingenuo, un credulone, un -- blasfemia! -- un terrapiattista? E' per forza un cretino...

Spesso scambiamo la complessità di una vita umana -- risultante di una serie di traumi e vissuti felici e meno felici -- con una semplice etichetta (di stampo neoliberista): "efficiente" vs "non efficiente" (e quindi potenzialmente disumanizzabile).

Non sappiamo nulla.
Sappiamo solo di non sapere nulla (degli altri).
Socrate aveva perfettamente ragione in questa sua asserzione. 

Numerose variabili entrano in gioco quando ci troviamo ad interagire con una persona, in momenti random e formali o meno: il suo vissuto, le esperienze pregresse che risuonano nel contesto; i suoi traumi, i suoi complessi, le sue ferite, le sue paure; il suo stato emotivo; e ancora; il suo livello di stanchezza psicologica o fisiologica.

Di fronte alla complessità di tutto questo, è a sua volta stupido -- a mio avviso -- applicare il termine "stupido" a chi abbiamo di fronte.

Non uso il termine, in genere, perché temo sia profondamente pericoloso.

"Sei un cretino" equivale, in chi presenta tratti narcisistici, a "Sei un cretino: quindi posso farti quello che voglio, e sarà solo responsabilità tua; peggio per te che sei cretino".

E' insomma il pass-par-tout più rapido per la disumanizzazione.

Non sono soltanto i cosiddetti "stupidi semplici" che subiscono questo trattamento. Più di frequente, sono i cosiddetti stupidi che ci risultano anche irritanti. 

Beh, a me è capitato proprio oggi di chiamare "cretino" una persona che mi aveva irritata profondamente (senza insultarlo direttamente, ma parlando di lui con terzi). Mi sono pentita successivamente. E' un insulto facile come "troia" rivolto alle donne. 

Ma le parole hanno sempre un loro peso e bisogna (tentare di) usarle con cautela. Anche se parliamo alle spalle. Sempre e in ogni circostanza. Non alimentiamo il nostro dolore con offese agli altri. Peggioriamo il nostro stato in primo luogo. Nel breve e lungo periodo.

Non possiamo ridurre un essere umano a una "checklist" di "buone" o "cattive" qualità. "E' cretino, senza dubbio; però via, è buono". "E' un deficiente, non ci piove; ed è anche cattivo come la fame (e qui... livello "top" di disumanizzazione e quindi di violenza)".

Abituiamoci, io e voi due (o uno s'è perso per strada?) che mi leggete, a non essere categorici, ad essere flessibili e leggeri, ma non superficiali.

Non sempre, anzi, quasi mai ciò che sembra equivale a ciò che è. Una persona può apparire geniale ed essere interiormente povera di valori o sottostrati riflessivi (superficiale); un'altra può apparire tonta e avere un universo dentro.

Non sappiamo nulla -- proprio nulla -- degli altri, nel "reale" e tanto più nella rete. 

Ci sono "tanti noi" dentro, ciò che in terapia IFS si chiamano "membri della famiglia interna", e ciascuno ha le sue peculiarità. Qualcuno è brillante. Qualcuno meno. Qualcuno è un filantropo pieno di vita. Qualcun altro odia a morte tutti. Qualcuno è buono. Qualcuno no. (Ma tutti collaborano per il nostro benessere, secondo l'IFS. O per l'idea di benessere che si sono fatti per il nostro Sé.)

Quindi, "chi siamo"? Di tutti questi "personaggi" che ci abitano, chi noi siamo davvero?

Io sono "quella" Vale lì, che agisce in quel modo, o quell'altra Vale là, che ha tutt'altro carattere e atteggiamento?

Tutte e nessuna. 

Non riduciamo -- o peggio, stigmatizziamo -- le persone a un "marchio". A uno stigma. Riflettiamoci un po'. Pensiamoci un po' prima di giudicare chiunque

Che le persone più sole, a volte, le vedi con un sorriso goliardico in faccia.
Che le più abusate e ferite hanno imparato la parola "perdonami" presto, e la ripetono in continuazione.
Che le più vuote fuori, a volte, anzi, spesso sono le più "dense" dentro. E viceversa.

domenica 5 luglio 2026

Tutto l'universo obbedisce all'amore

British Cemetery, Catania

Sempre  nei cimiteri si percepisce un senso ineffabile di pace e tranquillità.
E' una cosa che mi risulta affascinante, perché -- forse -- vuol dire che "i morti sono in pace". Pensarlo è bello. Rassicurante. Caloroso. E' gioioso.
Poiché tutti siamo destinati a tornare alla terra.

L'aria dei cimiteri -- mi piace pensare -- è l'aria di Dio, del Cosmo così com'è stato ordito da Dio.

Se vi sentite perduti, guardate il cielo: il lento movimento delle nuvole sospinte con dolcezza dal vento; le stelle brillanti nel cielo notturno; la luna, che riluce solitaria in mezzo ad esse...

L'universo, io credo, è calmo. Credo che Satana -- o il Male, o l'Ego --, all'interno del cuore degli uomini renda tutto molto caotico e fracassoso -- inutilmente.

Morire vuol dire un po' tornare al Tutto prima del Nulla.

Come può qualcosa di così dolce essere frutto del caso?
Come può non esserci un'Intelligenza alle spalle?
Sia pure il "Deus sive natura" di Spinoza.

Non so molto di astrofisica -- non so nulla di astrofisica -- ma quando guardo il cielo, io mi sento così in pace e... a volte, triste. Piccola come un granello di polvere di fronte alla vastità dell'universo.

A che serve preoccuparsi?
Quanto piccoli sono i miei (i nostri) problemi di fronte all'immensità ed indifferenza dell'Universo?

Giacomo Leopardi lo scrisse nel suo "Infinito".

E in questa immensità s'annega il pensier mio, 
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Tutto l'universo obbedisce all'amore. E' il titolo di una canzone -- bellissima -- di Battiato e Consoli. I due cantautori siciliani si sono uniti per dar vita ad un pezzo geniale e storico. 

"Storico", dico, non tanto per la sua popolarità. Ma perché ricalca i concetti di quella lettera (attribuita a) Einstein alla figlia Lieserl, poco prima di morire:

Quando proposi la teoria della relatività, pochissimi mi capirono,
e anche quello che rivelerò a te ora,
perché tu lo trasmetta all’umanità,
si scontrerà con l’incomprensione e i pregiudizi del mondo.
Comunque ti chiedo che tu lo custodisca per tutto il tempo necessario, anni, decenni,
fino a quando la società sarà progredita abbastanza
per accettare quel che ti spiego qui di seguito.
Vi è una forza estremamente potente per la quale
la scienza finora non ha trovato una spiegazione formale.
E’ una forza che comprende e gestisce tutte le altre,
ed è anche dietro qualsiasi fenomeno
che opera nell’universo e che non è stato ancora individuato da noi.
Questa forza universale è l’amore.
Quando gli scienziati erano alla ricerca di una teoria unificata dell’universo, dimenticarono la più invisibile
e potente delle forze.

L’amore è luce, visto che illumina chi lo dà e chi lo riceve.
L’amore è gravità, perché fa in modo
che alcune persone si sentano attratte da altre.
L’amore è potenza, perché moltiplica
il meglio che è in noi, e permette che l’umanità
non si estingua nel suo cieco egoismo.
l’amore svela e rivela. per amore si vive e si muore.
Questa forza spiega il tutto e
dà un senso maiuscolo alla vita.
Questa è la variabile che abbiamo ignorato per troppo tempo,
forse perché l’amore ci fa paura,
visto che è l’unica energia dell’universo che l’uomo
non ha imparato a manovrare a suo piacimento.
Per dare visibilità all’amore, ho fatto una semplice
sostituzione nella mia più celebre equazione.
Se invece di e = mc2 accettiamo che l’energia per guarire il mondo
può essere ottenuta attraverso
l’amore moltiplicato per la velocità della luce al quadrato,
giungeremo alla conclusione che l’amore è
la forza più potente che esista, perché non ha limiti.
Dopo il fallimento dell’umanità nell’uso e il controllo
delle altre forze dell’universo,
che si sono rivolte contro di noi, è arrivato il momento
di nutrirci di un altro tipo di energia.
Se vogliamo che la nostra specie sopravviva,
se vogliamo trovare un significato alla vita,
se vogliamo salvare il mondo e ogni essere senziente che lo abita,
l’amore è l’unica e l’ultima risposta.
Forse non siamo ancora pronti per fabbricare una bomba d’amore,
un artefatto abbastanza potente da distruggere tutto l’odio,
l’egoismo e l’avidità che affliggono il pianeta.
Tuttavia, ogni individuo porta in sé un piccolo ma potente generatore d’amore la cui energia aspetta solo di essere rilasciata.
Quando impareremo a dare e ricevere questa energia universale, Lieserl cara,
vedremo come l’amore vince tutto,
trascende tutto e può tutto, perché l’amore è la quintessenza della vita.
Sono profondamente dispiaciuto di non averti potuto esprimere
ciò che contiene il mio cuore,
che per tutta la mia vita ha battuto silenziosamente per te.
Forse è troppo tardi per chiedere scusa, ma siccome il tempo è relativo,
ho bisogno di dirti che ti amo e che grazie a te sono arrivato all’ultima risposta. 
Tuo padre Albert Einstein

sabato 4 luglio 2026

Storia del Triscele (triskéle) della Sicilia: fra tradizione Greca e assonanze di cultura celtica


C'era un tempo in cui le immagini non servivano a decorare, ma a proteggere.

Nel Mediterraneo antico, dove il mare era strada e minaccia insieme, nacque un volto che non dormiva mai: quello di Medusa. Non era ancora la creatura condannata dal mito, ma una soglia viva tra umano e sacro, tra ciò che si può guardare e ciò che, guardato, può restituire lo sguardo come vertigine.

I suoi capelli erano serpenti. Non ornamenti, ma pensieri vivi, spirali di energia primordiale. Ogni sguardo su di lei era un rischio, e proprio per questo era un talismano: il male, vedendola, si fermava.

Da quel volto nacque qualcosa che cambiò pelle lentamente, come fanno le forme antiche quando attraversano i secoli senza morire.

Nelle monete di Siracusa, il volto di Medusa cominciò a ruotare nel metallo. Il suo grido silenzioso si fece geometria. Attorno a lei non più solo serpenti, ma un movimento triplice, come se il mondo stesso avesse deciso di girarle intorno.

Tre direzioni. Tre coste. Tre respiri di terra.

Così prese forma la Sicilia, che i Greci immaginarono come un’isola distesa tra tre capi, sospesa tra tre sguardi del mare.

Tre punte (Trapani a occidente, Messina a oriente, Catania (circa) a sud-est.)

Le tre gambe che oggi conosciamo non erano ancora gambe: erano direzioni del tempo. Erano il modo in cui la terra si raccontava mentre ruotava su se stessa.

Poi venne il grano.

Il grano arrivò come arrivano le cose necessarie: in silenzio, quando il simbolo aveva già imparato a esistere. E si posò attorno al volto come una corona terrestre, non più di paura ma di nutrimento.

Spighe, non più serpenti. Ma sotto la differenza, la stessa idea: vita che si moltiplica.

La Trinacria divenne ciò che è ancora oggi: non un emblema fermo, ma un movimento congelato.

Un volto che non guarda e non smette di essere guardato. Tre gambe che non corrono, ma suggeriscono il passo del mondo. E attorno, il ciclo del grano, che nasce, cade, ritorna.

È un simbolo che non spiega la Sicilia.

La evoca.

Perché la Sicilia non si lascia mai spiegare del tutto: si lascia solo attraversare, come un sogno che ha deciso di restare sveglio nel mezzo del Mediterraneo.

Ma la Triscele non è una peculiarità unicamente della Sicilia e del Mediterraneo.

Possiamo trovare un altro esempio di Triscele nelle isole britanniche, in particolare nell'Isola di Man.

Stemma-bandiera dell'isola di Man

La Triscele, come movimento rotatorio indicante vita-morte-rinascita, il ciclo di tutto ciò che muore e successivamente si rinnova, è un simbolo sacro presente anche nella cultura Celtica, non solo Mediterranea

La testa di Medusa (Gorgone), che è presente nella bandiera siciliana, ha un'origine differente dalla triscele Celtica dell'isola di Man; ma lo stesso significato sostanziale: la vita intesa come "trinità di significati o stati".

Questo tema è ricorrente in molte religioni. Fra cui -- scontato -- quella Cattolica. E nella cultura Europea in generale.

lunedì 29 giugno 2026

Le radici psicologiche del razzismo


Pensando a personaggi come Richard Lynn -- pessima idea fargli pubblicità, ma tant'è: uno pseudo-psicologo britannico famoso per i suoi articoli pseudo-scientifici sul suprematismo bianco, il quale sostenne che il QI della popolazione italiana decresceva quanto più a Sud si andava... sì, proprio una questione di "latitudine" -- ho deciso di affrontare oggi il tema del razzismo...

Come voi già saprete, non esiste un'unica tipologia di discriminazione razziale: c'è il razzismo "classico" basato essenzialmente sul colore della pelle, oppure il più diffuso e attualissimo "razzismo culturale". 

Un esempio del primo è l'assunto ottocentesco tanto caro a Lynn per cui i neri sono "intellettivamente inferiori"... perché l'eugenetica, perché la melanina, e... non saprei più cos'altro. 

Ma è principalmente sul secondo che voglio concentrarmi, perché è il principale problema del tempo.

Possiamo trovare un esempio lampante del razzismo culturale, più "moderno" (ma non meno deprecabile), nella discriminazione dei meridionali o degli immigrati da altri Paesi al Nord (Italia). 

Io, come donna che, per disabilità fisica, sono impossibilitata a lavorare, mi sono sentita rivolgere in continuazione, in Lombardia, la domanda (spesso dopo che avevano saputo o capito che ero del Sud) "Cosa fai nella vita?" "Lavori?". A questo rispondo sempre con un tranquillo "Studio all'università, e purtroppo sono disoccupata". Ma mi accorgo che nel pronunciare queste parole il mio sguardo si fissa in basso, come se mi sentissi in colpa. Successivamente, l'atteggiamento che ricevo è freddo. Del tipo "Tornatene in Sicilia, dunque". "A noi qui non servi a nulla". 

Forse, il razzismo culturale si presenta come più "ragionevole", in quanto non parte in sesta dall'assunto che se hai la pelle scura o il craneo piuttosto allungato sei automaticamente, in chiave lombrosiana, un delinquente; semmai basa le sue "ragioni" (pseudo-ragioni) sul concetto di integrazione.

"Se sei meridionale e ti integri, ok; sennò, tornatene a casa".

Integrarsi in sostanza vuol dire: aderire agli usi e costumi locali, agire con il decoro che ci si aspetta da te e soprattutto avere un lavoro e quindi contribuire al PIL regionale. 

Del razzismo del Nord contro il Sud, che esiste da secoli (se non millenni) ed è innegabile, non si può letteralmente parlare. E' del tutto normale che un articolo scritto da un inglese che identifica l'Italia da Roma in giù come "Bordello" (un inglese con, guardacaso, la moglie piemontese e leghista) occupi le maggiori testate giornalistiche e i telegiornali nazionali per due settimane intere. 

Se i cartelli "Non si affitta ai meridionali" sono ormai "quasi"[*] una realtà relegata al passato, agli anni '60 o giù di lì, il razzismo culturale Nord-Sud non è per nulla acqua passata, come vorrebbero farci credere, eppure non se ne può semplicemente parlare. Questione chiusa.

E chiudendo con l'occasione anche la parentesi, andiamo al nucleo del post.

Cosa scatta nella mente del razzista -- culturale o "classico-ottocentesco" che sia -- allorché sostiene e crede fermamente che certe culture, o certe razze, siano "geneticamente" o "culturalmente" inferiori alla propria?

Freud, così come i neofreudiani come E. Fromm, furono molto chiari sulla questione: 

quando non hai nulla di particolare di cui vantarti nella tua misera esistenza, quando, insomma, percepisci di essere una totale nullità d'essere, individualmente, la tua unica ragione d'orgoglio diventa il chiarore della tua pelle o dei tuoi occhi, oppure la tua "identità nazionale" (o culturale, o etnica).

Si tratta di quello che Freud definì "Narcisismo collettivo". La nazione, la razza, la cultura, diventa uno specchio sul quale si proiettano gli aspetti di sé più desiderabili, alla percezione del singolo "superiori" (e che intimamente e singolarmente, al 99,9% periodico dei casi, non si possiedono per nulla). 

Come la civiltà. 
Come l'intelligenza. 
Come l'istruzione. 
Come l'essere "gran lavoratori". 
Come l'essere "moderni e progrediti".

Mario Borghezio, deputato Lega Nord, a un raduno del partito a Pontida.

Affermò ai tempi del ruggente antimeridionalismo il non-compianto Umberto Bossi, segretario della fu Lega Nord: "Scendere al Sud è come tornare indietro di 200 anni". Bossi aveva una moglie d'origini materne siciliane, che sembrava essere in realtà "la mente" dell'intera famiglia Bossi, formata, oltre che da lei che era l'unica "normale", da un cocainomane che era Bossi stesso, già colpito da ictus, e due figli i quali, ("Roma ladrona"...) usavano i soldi pubblici anche per pagarsi le mutande.

Ma lasciamo perdere -- lo sappiamo tutti, e del resto per fortuna il fenomeno Lega "Nord" è affondato, resta un solitario "Lega" (Lega Sicilia, Calabria, Campania... concedetemelo: LOL), e anche la parola Lega sta scomparendo assieme a Salvini dietro minaccia di Vannacci.



Certi cambi di rotta all'interno di un partito come la Lega (Nord o Sud che sia) non sono per nulla incomprensibili; anzi: l'essenziale è trovare un capro espiatorio; ieri i "terroni", oggi (principalmente) gli immigrati / neri o islamici in generale.

Per chiudere, il razzismo, classico o culturale che sia, è sempre sintomo d'una mentalità gretta, rozza, appartenente a persone che sanno di non valere nulla e contraddicono sistematicamente gli aspetti desiderabili di sé che affermano di possedere in base "alla nazione", "alla cultura", "ai capelli biondi". I peggiori evasori fiscali, assenteisti in Parlamento, rozzi, incolti, pigri, volgari, incivili, sono sempre stati razzisti verso il prossimo e per le medesime ragioni che in realtà sono loro proprie caratteristiche. (Proiezione, in psicologia).

Succede ovunque, il meccanismo è lo stesso: quando sai di non essere nulla di encomiabile, hai "bisogno" che il tuo narcisismo si rifletta in un concetto più ampio di nazione, cultura, etnia, razza, -- quella sì -- encomiabile e superiore.

Sentirti parte di un "gruppo" di gente "distinta" ti rende fiero di te stesso e orgoglioso delle tue qualità quando quelle qualità non le possiedi individualmente.

Note a margine

[*] quasi, perché leggevo su un social che un ragazzo laureato in Ingegneria all'Università di Palermo che cercava casa in Veneto per lavorare, oggi, anno domini 2026, si è visto rifiutare l'affitto per via delle sue origini geografiche; e tutte le volte che ho telefonato io per cercare casa al Nord, si accertavano sempre accuratamente che fossi italiana, e non straniera.

domenica 28 giugno 2026

"Incomunicabilità" come vera solitudine: quando il mondo parla una lingua diversa

Jason M. Peterson

Esiste una forma di solitudine che non dipende dall'essere fisicamente soli. Può manifestarsi in una stanza piena di persone, durante una cena tra amici o persino nel continuo scambio di messaggi che caratterizza la nostra quotidianità. E' la solitudine dell'incomunicabilità: quella sensazione sottile e dolorosa di non riuscire a essere davvero compresi, o di non trovare le parole per raccontare ciò che si prova.

Viviamo nell'epoca della connessione permanente. Siamo raggiungibili in qualsiasi momento, condividiamo immagini, pensieri, emozioni e opinioni con una facilità mai vista prima. Eppure, proprio mentre aumentano le possibilità di comunicare, cresce anche la percezione di essere profondamente soli. Probabilmente perché comunicare non significa per forza entrare in relazione.

L'incomunicabilità nasce quando il linguaggio non basta più. Quando le parole sembrano perdere consistenza davanti alla complessità delle emozioni. Ci sono dolori che non trovano un nome, paure che appaiono irrazionali -- anche a chi le vive. In quei momenti ci si sente stranieri nel mondo, come se tutti gli altri possedessero un codice segreto che a noi è stato negato.

E' come avere un muro a separare dal mondo esterno: le parole vorrebbero uscire, ma non ce la fanno.

Questa distanza riguarda il rapporto con noi stessi. Più cerchiamo di dare una forma precisa a ciò che sentiamo, più ci accorgiamo di quanto la nostra interiorità sia troppo complessa e fatta di silenzi. Ed è proprio in questo spazio che nasce il senso di isolamento: non tanto perché nessuno ci ascolta, ma perché nessuno sembra poter arrivare davvero dove siamo.

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha provato la sensazione di non essere visto fino in fondo. Ed è proprio questa consapevolezza a creare un ponte invisibile tra le persone: sapere che nessuno comprende completamente l'altro, ma che tutti desideriamo essere accolti.

La vera comunicazione non consiste nel trovare le parole perfette. Consiste nell'avere il coraggio di restare presenti anche quando le parole sono imperfette. Nell'ascoltare senza l'urgenza di rispondere. Nell'accettare che esisterà sempre una parte dell'altro che ci rimarrà misteriosa.

La solitudine dell'incomunicabilità ci ricorda un paradosso: siamo esseri irripetibili, con un universo interiore che nessuno potrà conoscere completamente. Eppure continuiamo a cercarci. Continuiamo a raccontarci, a scrivere, a leggere, ad amare, a costruire relazioni. Forse perché, anche se non riusciremo mai a colmare del tutto la distanza con l'altro, ogni autentico tentativo di comprensione rende quella distanza un po' meno fredda.

In fondo, non è l'assenza di parole a renderci soli. 
E' la rinuncia a cercare qualcuno disposto ad ascoltare il nostro silenzio.

martedì 16 giugno 2026

Αἰδώς e ὕβρις: l'equilibrio perduto tra misura e tracotanza nella cultura greca

E. Hopper, "A woman in the sun"

Tra i concetti più affascinanti dell'antica Grecia vi sono αἰδώς (aidṓs) e ὕβρις (hýbris). Questi due termini rappresentano forze opposte che attraversano la letteratura, la filosofia e la religione greca, offrendo ancora oggi una chiave per comprendere il comportamento umano.

Se la modernità celebra spesso l'ambizione senza limiti e l'affermazione individuale, i Greci ci ricordano che esiste una sottile linea tra il legittimo desiderio di eccellere e la distruttiva arroganza che conduce alla rovina.

Tradurre il termine αἰδώς non è semplice. Le parole "vergogna", "pudore", "rispetto" o "senso dell'onore" ne colgono soltanto alcuni aspetti.

L'αἰδώς era una disposizione interiore che induceva l'individuo a riconoscere i propri limiti e a rispettare gli altri, gli dèi e l'ordine del cosmo. Non si trattava di paura della punizione, ma di una forma di consapevolezza morale che impediva di oltrepassare ciò che era giusto.

Nei poemi omerici l'eroe prova αἰδώς davanti ai compagni, alla famiglia o agli dèi. E' il sentimento che trattiene dall'agire in modo disonorevole e che preserva l'armonia della comunità.

Per i Greci, l'αἰδώς era una virtù fondamentale perché consentiva di mantenere la μέτρον (métron), la giusta misura (il γνῶθι σεαυτόν, "conosci te stesso" di Porfirio). 

Iscrizione nel Tempio di Apollo, a Delfi.

Chi possedeva αἰδώς sapeva che ogni essere umano è mortale e limitato, e che ignorare questa condizione significava esporsi al pericolo.

All'opposto troviamo la ὕβρις (hybris), termine spesso tradotto come "tracotanza", "arroganza" o "superbia". Ma anche questa traduzione è riduttiva.

La hybris consiste nel tentativo dell'essere umano di oltrepassare il proprio posto nel mondo, sfidando l'ordine stabilito dagli dèi e dalla natura. E' l'eccesso che porta l'individuo a credersi superiore agli altri e persino alle divinità.

Nella mentalità greca la hybris non era soltanto un difetto caratteriale: era una colpa grave che rompeva l'equilibrio universale.

L'uomo dominato dalla hybris perde il senso del limite. Convinto della propria invincibilità, ignora gli avvertimenti e si abbandona a un comportamento che inevitabilmente conduce alla catastrofe.

Le grandi tragedie di autori come Sofocle, Eschilo ed Euripide sono costellate di personaggi che cadono vittime della hybris.

Pensiamo a Edipo, che cerca ostinatamente di sfuggire al proprio destino, oppure ad Agamennone, il cui orgoglio lo conduce alla rovina. In ciascun caso il protagonista supera un limite che non avrebbe dovuto oltrepassare.

La sequenza è quasi sempre la stessa:
  • successo o potere;
  • perdita del senso della misura;
  • comparsa della hybris;
  • punizione o caduta;
  • riconoscimento dell'errore.
La tragedia diventa così uno strumento educativo. Lo spettatore comprende che nessuno può sottrarsi alla propria condizione umana.

Sebbene siano concetti nati oltre duemila anni fa, αἰδώς e ὕβρις parlano ancora al nostro presente.

La cultura contemporanea tende spesso a premiare l'autopromozione, l'espansione illimitata e la ricerca incessante del successo. In questo contesto, la hybris può assumere nuove forme: la convinzione che la tecnologia possa risolvere ogni problema, l'illusione di una crescita infinita o la presunzione di poter ignorare i limiti imposti dall'ambiente e dalla natura.

L'αἰδώς, invece, invita alla responsabilità, alla prudenza e alla consapevolezza dei propri limiti. Non significa rinunciare all'ambizione, ma riconoscere che ogni azione si inserisce in una rete di relazioni e conseguenze.

La grande intuizione dei Greci consiste nell'aver compreso che la libertà autentica non nasce dall'assenza di limiti, ma dalla capacità di riconoscerli.

L'αἰδώς rappresenta la saggezza di chi conosce la propria misura; la ὕβρις l'illusione di chi crede di poterla superare impunemente.

Tra queste due forze si gioca ancora oggi una delle sfide fondamentali dell'esistenza umana -- trovare un equilibrio tra aspirazione e moderazione, tra desiderio di grandezza e coscienza della propria fragilità.

La vera grandezza non consiste nel dominare tutto, ma nel sapere fin dove possiamo arrivare senza perdere noi stessi.

sabato 6 giugno 2026

Come nasce un amore


Ho una teoria un po' controversa -- e probabilmente opinabile -- sull'origine del sentimento d'amore.

Spesso, in genere, siamo persuasi che l'amore possa sbocciare in base alla "performance" o alla "prestazione". Di beltà, di buon carattere, di affidabilità, di cortesia, di empatia di... essere delle "belle" persone, insomma. Dentro ma soprattutto fuori.

Cerchiamo sempre di essere "perfetti" agli occhi dell'altro quando ci innamoriamo. Di apparire perfetti quantomeno, qualunque cosa la parola "perfezione" significhi per noi.

Essere senza errori? Potremmo trovare un esempio di perfezione nell'essere (utopicamente) privi di macchie e sbavature, almeno all'apparenza. Una volta che stiamo a lungo con una persona tipicamente ci lasciamo andare, ci rilassiamo mostrandole i nostri lati d'ombra.

La mia opinione personale è questa: non credo che l'amore, ma nemmeno la fase precedente e primaria dell'innamoramento, sia una questione di perfezione. Piuttosto è proprio dell'imperfezione che ci innamoriamo.

O meglio: della vulnerabilità.

E' facile pensare che una persona sicura di sé, sfrontata, la tipica "faccia tosta" debba risultare attraente, perché spesso è così in un certo qual modo.

Tuttavia non è nel sorriso beffardo e menefreghista, nella "durezza" e nella "potenza" che sorge l'amore -- piuttosto, sperando che voi mi perdoniate il "pateticume", nella lacrima dell'altro.

E' attraverso la percezione della vulnerabilità dell'altro che noi possiamo scorgere la sua anima e innamorarci di lui di conseguenza.

Non è quando ride ma quando le lacrime gli solcano il volto che possiamo davvero vedere l'altro e perciò innamorarcene.

La tristezza apre uno spiraglio sull'anima dell'alterità e questo più di ogni altra cosa ci porta a capire cosa proviamo per l'altro in toto. La tristezza dell'altro funge da specchio ai nostri sentimenti su di lui.

Dirò anche un altro pensiero personale: ci si chiede spesso se ciò che si sente dire all'altro quando è fuori di sé dalla rabbia sia vero. Ma per me la verità non risiede nella rabbia -- ma nel dolore. 

Siamo sinceri con noi stessi e con il nostro cuore (cioè con la nostra anima) quando ci sentiamo tristi. La tristezza è assai più rivelatrice della rabbia circa ciò che davvero sentiamo e pensiamo.

sabato 30 maggio 2026

Fuori e (è) dentro, e la conciliazione delle polarità opposte



La legge dello Specchio enuncia un principio psicologico semplice: ogni persona alla quale reagiamo emotivamente rappresenta delle parti di noi che rifiutiamo (nel caso del disprezzo o dell'odio) o che amiamo (nel caso dell'apprezzamento e della stima); in tutti i casi che ci rispecchiano.

Questo significa che "il dentro" è anche "il fuori" e viceversa.

Le persone che incontriamo -- intendendo ogni singola persona che in qualunque modo cattura la nostra attenzione, con cui creiamo o evitiamo un legame, ma in tutti i casi che crea in noi una (qualche) risonanza emotiva -- sono specchi di noi stessi.

Se disprezzo in una persona la "volgarità", intrinsecamente quell'attributo è parte di me, ma io l'ho rifiutato e relegato nel mio inconscio per non poterlo vedere in me.

Se di una persona apprezzo la gentilezza, la gentilezza è una qualità speculare che forse mi manca a livello conscio.

Ammiriamo le parti di noi che ci mancano a livello conscio nell'altro -- ma che sono presenti nel nostro inconscio -- e lo stesso discorso vale quando troviamo spregevole un tratto caratteriale o fisico dell'altro.

Spesso la linea di separazione fra le polarità è molto sottile -- come ci insegna la filosofia Zen del Tao.

Parliamo della "volpe e l'uva", antica fiaba di Esopo, per richiamare retoricamente l'atteggiamento di screditazione di ciò che in fondo si desidera. Il disprezzo che si dedica a chi in fondo invidiamo -- e proprio per il motivo che invidiamo. Esempio: una ragazza sovrappeso entra in un bar in abiti succinti che non le rendono giustizia, e un bullo di quartiere la deride o la disprezza facendo commenti di disapprovazione sul suo corpo o sul modo in cui è vestita.

Può darsi che il bullo di quartiere in realtà provi segretamente invidia per la libertà della ragazza, che con la sua fisicità e/o il suo look sfida i suoi "confini mentali" di ciò che è giusto e ciò che non lo è, e quindi -- in soldoni -- risvegli in lui desiderio (per quell'attributo). Ecco che disprezzo, biasimo, pettegolezzo, e persino invidia, possono camminare insieme all'ammirazione e alla segreta stima.

Altro esempio "sputtanatissimo" -- l'amore e l'odio.

In certi articoli di psicologia si legge che l'odio è "l'altra faccia dell'amore" nel senso che nessuna relazione di amore è autentica se non corre di pari passo con la capacità d'odio per il medesimo oggetto.

Si odia perché si ama; si ama in quanto si odia.

(Non a caso a livello neurologico è stato osservato che si attivano le medesime aree del cervello alla vista sia di una persona odiata, sia di una persona amata).

L'opposto dell'amore -- ovviamente -- non è l'odio ma l'indifferenza. L'odio sorge come reazione spontanea all'amore, quando ci sentiamo colpiti nelle nostre fragilità e ci sentiamo vulnerabili all'altro. E' una faccenda di potere -- contrapposto alla vulnerabilità del sentimento: ti odio in quanto non posso permettermi (o non riesco ad) amarti, perché se lo facessi (o se ci riuscissi), verrebbe meno il mio orgoglio, verrebbero meno le mie difese.

Dante scrisse nella sua opera omnia: "Amor ch'a nullo amato amar perdona" -- che in soldoni vuol dire: non possiamo trattenerci dall'amare chi ci ama. Lo valuto piuttosto vero. Ma attenzione -- non sto affermando l'eresia che non esistano amori non corrisposti. Tuttavia, se io provo un investimento emotivo verso di te, è veramente difficile (per non dire impossibile) che la cosa non ti tocchi nemmeno un po'.

Possiamo dare per vera l'asserzione di Dante non nell'accezione di "ogni amore è sempre mutuale, se non lo è lo sarà per forza", che sarebbe una gran cazzata, ma in quella de "ogni investimento emotivo equivale a un ritorno emotivo" come nella legge di causa-effetto.

Che questo sia un tenue interesse o un'irritazione, un fastidio, non siamo mai indifferenti a chi ci ama o prova qualcosa per noi -- chiunque egli sia e in qualunque contesto si inserisca.

lunedì 25 maggio 2026

Gabor Maté, il trauma e il mito della "normalità"

Gabor Maté

Nella nostra cultura occidentale, la normalità è definita per contrasto con la patologia. Si è normali finché non si riceve una diagnosi

Gabot Maté ribalta questa prospettiva, per lui le malattie croniche, fisiche e mentali, sono le risposte prevedibili e coerenti a un ambiente ostile allo sviluppo umano autentico. Sono il risultato di come viviamo, non di una disfunzione biologica che colpisce a caso.

La medicina occidentale, scrive Maté, commette un doppio errore strutturale: riduce eventi complessi alla loro biologia, e separa la mente dal corpo come se fossero sistemi indipendenti. Questa prospettiva ignora il concetto di corpo-mente come sistema unico, che è in costante dialogo con l'ambiente relazionale e sociale che lo circonda.

Al centro di questa analisi c'è il concetto di trauma, ma non nel senso ristretto che spesso gli attribuiamo. Maté distingue tra Traumi con la "T" maiuscola, come eventi catastrofici, abusi, guerre, lutti, e traumi con la "t" minuscola, che è la forma più diffusa ma anche quella più invisibile: la disconnessione da sé che avviene quando un bambino impara precocemente, che per mantenere il legame con i genitori deve reprimere parti autentiche di se stesso. Tutto ciò che potrebbe disturbare l'equilibrio familiare, viene sacrificato.

Ogni bambino vive un conflitto tra due spinte ugualmente vitali. Da un lato il bisogno di attaccamento, di essere amato, visto, accolto; dall'altro il bisogno di autenticità, di essere se stesso, di esprimere ciò che sente davvero. Quando l'ambiente non riesce a contenere entrambi i bisogni, il bambino sceglie l'attaccamento a discapito della propria autenticità, perché da un punto di vista evolutivo la connessione con il caregiver è letteralmente vitale

Si sopravvive senza autenticità. Non si sopravvive senza attaccamento.

Questa scelta, però, ha un prezzo, in quanti la parte di sé che viene repressa continua a operare sotto la soglia della consapevolezza, producendo effetti, emotivi, relazionali, e fisici, che si manifestano anni o decenni dopo.

Maté va oltre la dimensione individuale e punta il dito contro la struttura stessa della società caratterizzata da un individualismo esasperato, dalla competizione come valore assoluto, dalla disconnessione dalle comunità, dalla mercificazione del tempo e dallo stigma per la vulnerabilità. Questi sono dei veri e propri agenti patogeni sociali che producono stress cronico.

Il "mito della normalità" consiste quindi nel credere che sia normale vivere in questo modo, e che chi si ammala, chi si dissocia, chi dipende da qualcosa per tollerare il dolore, sia semplicemente sfortunato o geneticamente predisposto

Per Maté, al contrario, chi si ammala sta spesso esprimendo, attraverso il corpo o la mente, qualcosa di più profondo che l'ambiente non ha dato modo di esprimere in modo funzionale.

La stessa prospettiva la ritroviamo in Erich Fromm, ne "I cosiddetti sani: la patologia della normalità". Fromm definisce la malattia mentale non come un modo "deviato" di reagire ad un ambiente "sano", ma al contrario: la malattia è, per lui, un modo "sano" di reagire ad un ambiente "deviato".

Pertanto, paradossalmente, i "cosiddetti sani" sarebbero in qualche modo "più malati" ancora di chi soffre, sulla carta ed esplicitamente, di patologie psichiche. 

Per concludere il post, cito le parole di Krishnamurti:

"Non è segno di salute mentale 
essere ben adattati a una società profondamente malata"

sabato 23 maggio 2026

Siamo responsabili dei nostri mali?


C'è un periodo della vita in cui non siamo responsabili di ciò che ci accade. E' quando siamo così piccoli da essere impotenti di fronte alla realtà di abuso e sopraffazione che ci circonda. Non siamo responsabili degli insulti, delle botte, che subiamo quando abbiamo tre, o cinque anni. Dal momento in cui diventiamo capaci di operare una nostra influenza sulla realtà, ergo, in maniera ridotta già dai sei anni in poi, in maniera via via crescente quanto più invecchiamo, e acquisiamo i diritti di cittadini e di uomini liberi al diciottesimo anno d'età... sì: qualunque cosa ci succeda di male (escludendo le tragedie che ci colpiscono senza che ne abbiamo controllo, come la guerra, come il lutto, eccetera), è responsabilità nostra.

La nostra vita, dal momento che siamo adulti, è in nostro pugno, è nostra scelta e responsabilità renderla quanto più vicina possibile alla "felicità".

Come? Smettendo di autosabotarci per avvantaggiare chi brama la nostra infelicità. E, all'atto pratico, accettando le cose così come sono. 

L'Inferno dantesco è sintetizzabile in una frase "E' colpa tua! (non mia)". Sono le colpe che attribuiamo agli altri, e che in realtà ci sono proprie; è il proprio cocciuto attribuire agli altri la responsabilità della propria condotta e della propria vita, che rende le persone fallite -- per usare termini concreti e subito d'impatto.

Siamo noi al timone -- gli altri possono tentare di distrarci, il mare può essere in tempesta, ma nostra è la responsabilità di tirare avanti fino alla mèta. Non lasciandoci scoraggiare nemmeno dai nostri demoni mentali che ci punzecchiano coi rimproveri, con le paure, con l'autocompiangimento.

Chi è "adulto" sa semplicemente non piangersi addosso.

Con una scrollata di spalle, dire: "E' così" ma non solo quello: "E' così, ma posso cambiare le cose". L'essere adulti include la consapevolezza delle circostanze attuali e la conoscenza dei propri limiti e potenzialità nell'ottica di un cambiamento-ribaltamento delle circostanze. Cioè a dire,

Che io possa avere la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
La forza di cambiare quelle che posso cambiare,
E la saggezza di capirne la differenza.

- Preghiera della serenità

Sono, in ogni momento, responsabile delle scelte che prendo e di conseguenza delle ripercussioni (buone o cattive) che avranno nella mia vita.

Il piangersi addosso include, come situazione molto diffusa e comune, il compatirsi sulla propria condizione di vittime di fronte al giudizio altrui. Ma non si è solo vittime. Molto più spesso assieme a questo stato d'essere corre in parallelo uno stato d'animo: il far le vittime. L'essere vittime è ancora accettabile. Il fare le vittime mai. Mai bisogna autocompiangersi, in nessuna circostanza -- in questo mi sento perfettamente d'accordo con gli stoici. Mai bisogna puntare il dito sugli altri. Piuttosto puntarlo al proprio petto e dire: "mea culpa".

Il "mea culpa" è il sunto del Purgatorio -- un luogo a mezzavia fra l'Inferno di prima e il Paradiso successivo, che interviene quando la terra arida dà luce a un fiore e poi a un campo di fiori. 

Il Paradiso è in parole povere l'auto-realizzazione della "scala di Maslow". (Che è già psicologia pop; non c'è bisogno di parlarne.)

Il fratello di Henry James, William, passò dall'essere un disabile reietto ad essere un filosofo e scienziato di tutto rispetto semplicemente facendo questo switch: assumersi le responsabilità della sua vita.

Anche la morte, anche il suicidio, è una presa di responsabilità, perché è una scelta; e chi non riesce a compiere una delle due scelte fondamentali, se vivere o morire (macrocategorie nelle quali possiamo incasellare tutte le variabili di ogni istante che viviamo, di ogni singola cosa che compiamo), si trova davvero all'Inferno.

Quando inizia la scelta, inizia il Purgatorio. Quando inizia il discernimento, fra bene e male, inizia l'umanità -- inizia l'essere umani. Prima di allora si è solo morti che respirano.

Quale che sia la scelta -- vivere o morire -- è irrilevante. Non è filosoficamente meglio "vivere" a "morire". Non esiste nessun trattato filosofico che lo sostenga. Camus stesso, dopo aver scritto il Mito di Sisifo, ricevette forti critiche e venne praticamente smontato nella sua tesi da Sartre. Non è nemmeno moralmente più integerrima la vita, se non vogliamo appellarci alla dottrina cattolica. (E non vogliamo). Il fatto è che qualunque scelta è meglio del blocco della non-scelta, che è l'equivalente al "è colpa tua, non mia!", che equivale all'Inferno.

Quale che sia la scelta, bisogna compierla con responsabilità e avere la maturità di mantenere la promessa

E' una promessa che facciamo a noi stessi, quando scegliamo la vita, decidendo di essere forti -- con tutte le dovute, ovvie cadute. (Basta rialzarsi).

E' una decisione perentoria, quando decidiamo di porre fine a tutto. 

Ma in tutti i casi, conciliare vivere e morire è il girone di Satana in poche parole. E' ciò che ci rende vicini a Satana e lontani da Dio

Dio è vita, e la vita include la morte inevitabilmente, ma che le due cose corrano in parallelo, è il diabolico.