sabato 18 luglio 2026

Ipse valere opto

La frase latina "Ipse valere opto" (tratta dal celebre Carme 76 di Catullo) significa proprio "io stesso desidero stare bene" o "voglio guarire". (Rappresenta il momento in cui il poeta decide di guarire dalla "malattia" dell'amore tossico per Lesbia, ponendo finalmente la propria salvezza e la propria serenità al primo posto). 

dal web 

Non ho smesso di chiedermi se non sia sbagliato. E' senz'altro un rischio. Io però così mi sento -- e così credo sia giusto che agisca. Non mi importa d'altro.


giovedì 16 luglio 2026

La grassofobia è misoginia


Ricordo una pagina Facebook -- un tempo rispettabile -- nella quale si sono infiltrati dei troll, riportando una poesia di proprio pugno che in soldoni voleva dire:

"Belle queste ciccione / che amano mangiare e sono pigre / e lasciano alle magre tutte le fatiche".

Credo fosse indicativo di una delle ragioni della grassofobia -- paura o pregiudizio per le persone grasse --, ovvero l'invidia.

"Io mi stresso per non mangiare, guarda invece quanto quella vacca si ingozza senza preoccupazioni!".

Quando pesavo 50 kg ed ero anoressico-bulimica non mi sono mai posta questo cruccio verso chi vedevo di obeso attorno a me -- magari in fila alla cassa del supermercato con un carrello pieno di leccornie --, semplicemente non mi interessava.
Un po' mi facevano pena gli obesi, ma non li odiavo e non li giudicavo. Anzi. Li trovavo simpatici e sentivo genuina compassione per loro. Se poi erano dolci, sorridenti, sentivo vera affettività nei loro confronti.

Anche da normopeso -- per la maggior parte della mia vita.

Ora che sono obesa, non provo neanche nessuna invidia od odio verso chi è magro. Penso che "poesie" scritte per invidia da persone come quelle di quel gruppo FB tradiscano malattia, in primis. Un rapporto disturbato con il cibo e con la propria forma fisica.

Perché, se sei magro e ottieni approvazione sociale, che te ne frega di "odiare" chi a parer tuo "si ingozza" (a parte che le ragioni dell'obesità sono molto più vaste della semplice ingordigia) e di conseguenza, a parer di massa, "è sgradevole"? Vuol dire che paghi caro e stracaro quel corpo magro che hai (la tua "fatica") per averlo. Ergo hai un dca. Anoressia, presumibilmente.

Molte anoressiche odiano le persone sovrappeso od obese perché assumono siano violente con loro, discriminandole per la loro forma filiforme. Bullismo, insomma. Le donne grasse sarebbero "le bulle per eccellenza".

Secondo ChatGPT, in realtà, è più pesante e diffuso lo stigma (discriminazione e violenza) contro chi è grasso, ma è sintomatico che queste ragazze molto magre si sentano vittime cosmiche "delle ciccione di merda", e si sentano in animo e quasi in dovere di infierire su di tutta la categoria con altra violenza -- a parte quella che già la società gli dedica.

Intendo, soprattutto se parliamo di donne grasse. Non di uomini grassi.

Il bullismo contro le donne grasse è feroce quanto lo era la discriminazione dei neri nell'America negli anni 30, sebbene (per fortuna, ma ci manca poco) non si basi su tecniche di segregazione esplicite. Ma sull'isolamento, sì. Sulla disumanizzazione, sì. Sullo stigma e sul pregiudizio, sì. Con uguale ferocia. Siamo lì -- i due fenomeni sono molto simili.

A dire "quel negro/italiano di m..." ovviamente (e giustamente) si urla allo scandalo e forse si finisce in tribunale. Non sovviene nessuno scandalo, invece, nel dire "quella vacca grassa di m...". Anzi, si ottengono plausi. Persino (o solo "pure") da quelle che si dichiarano "femministe". (All'acqua di rose).

La grassofobia è un problema di genere, prima che di giustizia sociale.

Il patriarcato ci vuole magre perché una persona che sia magra occupa (metaforicamente, oltre che fisicamente) meno spazio di una grassa. Ergo, (il nostro cervello riceve il segnale che) "conta" di meno.

L'odio verso le donne grasse -- che al 99% dei casi conduce ai DCA, e all'1% al suicidio (è avvenuto anche questo) -- non è un fenomeno trascurabile, "da ridere".

"La società ti vuole magro, non malato; se ti ammali, sono cazzi tuoi" mi scrisse un paperino su un social degenerato, poco tempo fa. Ok, e come ti ci spinge alla magrezza (non malattia), questa bella società? Con le buone maniere? No, con le cattive. Con il bullismo e l'umiliazione sistematica. Ed è per questo che poi alcune passano da 140 kg di puro grasso a 23 kg di pure ossa e cartilagini con le flebo attaccate ai bracci che le tengono in vita.

Secondo Daniele di Pauli, attivista contro la discriminazione degli obesi, questi pregiudizi contro il grasso sono diffusi soprattutto in campo medico.

Nel suo libro "Obesità e stigma" rompe il silenzio sul fenomeno della grassofobia in modo incisivo e deciso. L'etichetta di "Obeso", di fronte a una donna grassa, tende a preponderare su tutte le altre.

Ed è così che molti centri DCA rifiutano donne obese perché "Sono troppo grasse per avere un DCA" (ritornello che risuona molto nelle community di malate di DCA, che sia anoressia, bulimia, binge o DCA-NAS).

Da dottori che hanno la laurea per decidere quello che decidono.

Ergo, titolo e potere. E si presupporrebbe, anche "ragione".

Si puntò il dito contro gli obesi in periodo di CoVid;
Si punta il dito contro gli obesi per i costi sulla sanità pubblica;
Si punta il dito -- con disprezzo -- contro gli obesi quando ordinano cibo grasso al ristorante.

Ma mai che si capisca che sono vittime di una dipendenza, oltre che di una malattia, non della "pigrizia e della gioia di mangiare":

Voi una donna -- alla My 500lbs life -- che vive allettata con 400 kg di peso addosso, piena di edemi e gonfiori, e non vede la luce del sole da anni, la definireste "colpevole"? Allora "siete" davvero spietati.

Io vedo in lei una vittima, e così sono certa anche i più di voi, di una condizione di malattia mentale e fisica grave. Che paga lei per prima le conseguenze del suo grave problema.

martedì 14 luglio 2026

Maladaptive daydreaming


Sono fratture.
Piccole fratture nel quadro della realtà.
Tornano gli scenari dell'infanzia. Attraverso quei sogni ad occhi aperti, mi stacco dalla vita. Un lembo di pelle resta ancorato al presente.
E corro, e corro, con l'immaginazione e cammino frenetica con le gambe, e gli scenari fantastici si fanno sepre più vividi, per poi scendere a parabola, crollare nel buco nero della realtà.

E mi prende un'amarezza profonda come una fossa. Che i sogni erano la mia vita. Che non vivevo d'altro. E tornare in quel Paese delle Meraviglie è come tornare a quella stanza angusta, chiusa alla luce del sole.

Ma poi passa. 
E ricomincio a muovermi nel presente.
Piedi a terra, testa per aria -- un tempo.
Piedi a terra, testa sulle spalle -- adesso.

domenica 12 luglio 2026

La facilità del "Chi tu sei" e la complessità del "Chi io sono"


L'etichetta che più frequentemente applichiamo a chi non tolleriamo, specie se poi abbiamo alcuni tratti di tipo narcisistico, è tendenzialmente "cretino". 

Tizio dice qualcosa con cui non sono d'accordo e "insiste a non essere d'accordo con me"? E' un cretino.
Caia si comporta in modo convenzionalmente assurdo, illogico o autolesivo (per dirla in altri termini, "segue più il cuore che la cerebralità")? E' una cretina.
Sempronio è un inibito, un pauroso, come si dice in Sicilia, "teme anche la sua ombra", oppure è un ingenuo, un credulone, un -- blasfemia! -- un terrapiattista? E' per forza un cretino...

Spesso scambiamo la complessità di una vita umana -- risultante di una serie di traumi e vissuti felici e meno felici -- con una semplice etichetta (di stampo neoliberista): "efficiente" vs "non efficiente" (e quindi potenzialmente disumanizzabile).

Non sappiamo nulla.
Sappiamo solo di non sapere nulla (degli altri).
Socrate aveva perfettamente ragione in questa sua asserzione. 

Numerose variabili entrano in gioco quando ci troviamo ad interagire con una persona, in momenti random e formali o meno: il suo vissuto, le esperienze pregresse che risuonano nel contesto; i suoi traumi, i suoi complessi, le sue ferite, le sue paure; il suo stato emotivo; e ancora; il suo livello di stanchezza psicologica o fisiologica.

Di fronte alla complessità di tutto questo, è a sua volta stupido -- a mio avviso -- applicare il termine "stupido" a chi abbiamo di fronte.

Non uso il termine, in genere, perché temo sia profondamente pericoloso.

"Sei un cretino" equivale, in chi presenta tratti narcisistici, a "Sei un cretino: quindi posso farti quello che voglio, e sarà solo responsabilità tua; peggio per te che sei cretino".

E' insomma il pass-par-tout più rapido per la disumanizzazione.

Non sono soltanto i cosiddetti "stupidi semplici" che subiscono questo trattamento. Più di frequente, sono i cosiddetti stupidi che ci risultano anche irritanti. 

Beh, a me è capitato proprio oggi di chiamare "cretino" una persona che mi aveva irritata profondamente (senza insultarlo direttamente, ma parlando di lui con terzi). Mi sono pentita successivamente. E' un insulto facile come "troia" rivolto alle donne. 

Ma le parole hanno sempre un loro peso e bisogna (tentare di) usarle con cautela. Anche se parliamo alle spalle. Sempre e in ogni circostanza. Non alimentiamo il nostro dolore con offese agli altri. Peggioriamo il nostro stato in primo luogo. Nel breve e lungo periodo.

Non possiamo ridurre un essere umano a una "checklist" di "buone" o "cattive" qualità. "E' cretino, senza dubbio; però via, è buono". "E' un deficiente, non ci piove; ed è anche cattivo come la fame (e qui... livello "top" di disumanizzazione e quindi di violenza)".

Abituiamoci, io e voi due (o uno s'è perso per strada?) che mi leggete, a non essere categorici, ad essere flessibili e leggeri, ma non superficiali.

Non sempre, anzi, quasi mai ciò che sembra equivale a ciò che è. Una persona può apparire geniale ed essere interiormente povera di valori o sottostrati riflessivi (superficiale); un'altra può apparire tonta e avere un universo dentro.

Non sappiamo nulla -- proprio nulla -- degli altri, nel "reale" e tanto più nella rete. 

Ci sono "tanti noi" dentro, ciò che in terapia IFS si chiamano "membri della famiglia interna", e ciascuno ha le sue peculiarità. Qualcuno è brillante. Qualcuno meno. Qualcuno è un filantropo pieno di vita. Qualcun altro odia a morte tutti. Qualcuno è buono. Qualcuno no. (Ma tutti collaborano per il nostro benessere, secondo l'IFS. O per l'idea di benessere che si sono fatti per il nostro Sé.)

Quindi, "chi siamo"? Di tutti questi "personaggi" che ci abitano, chi noi siamo davvero?

Io sono "quella" Vale lì, che agisce in quel modo, o quell'altra Vale là, che ha tutt'altro carattere e atteggiamento?

Tutte e nessuna. 

Non riduciamo -- o peggio, stigmatizziamo -- le persone a un "marchio". A uno stigma. Riflettiamoci un po'. Pensiamoci un po' prima di giudicare chiunque

Che le persone più sole, a volte, le vedi con un sorriso goliardico in faccia.
Che le più abusate e ferite hanno imparato la parola "perdonami" presto, e la ripetono in continuazione.
Che le più vuote fuori, a volte, anzi, spesso sono le più "dense" dentro. E viceversa.