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domenica 23 agosto 2026

Indagini (?)

La polizia italiana è uguale a quella dei Simpsons. Forse non a caso le barzellette sui carabinieri sono così diffuse. Se pensi al carabiniere tipicamente italiano, pensi al commissario Winchester (non per forza obeso). Quanti carabinieri servono per installare una lampadina? Venti. Uno tiene ferma la lampadina e il resto gira la stanza. Battute di questo tipo. Eppure il glorioso corpo dei carabinieri di Canicattì (comune siciliano a caso -- non sono di Canicattì) si è presentato alla porta della vecchia madre cercandomi. Non so per chi, un certo tizio, sul quale avrebbero "chiuso le indagini" (dopo quanti anni?). Probabile che c'entri una denuncia alla postale inviata non so quanti anni fa di cui mi sono completamente scordata. Spero non sia nulla di preoccupante. Ho già incubi nell'onirico, non ci tengo ad averne nella realtà.

Ma il vero punto del post inutile scritto tanto per non restare troppo a lungo fuori raggio è: il mio coniglio domestico è un fan di L'estate in cui Hikaru è morto.


Sia mai restare fuori raggio...


giovedì 20 agosto 2026

La verità

i'm not in this movie
i'm not in this song

cantano i notwist in "consequence"

... seguivamo con occhi muti la carneficina di Rafah. Senza osare proferire un suono ascoltavamo le urla dei bambini e i loro pianti, mentre il sangue scorreva come un copioso fiume inondando il Medio Oriente. Allora non ci riguardava, così pensavamo. Mettiamo al potere psicopatici puri e duri perché ben venga il caos, se l'ordine non ha funzionato. I più innocui periscono schiacciati dalle bombe come se venisse rimosso un minuscolo granello di polvere da un selciato. Allo stesso modo cancellare l'umanità intera dal cosmo sarà un gesto di una semplicità elementare.

Ed è a causa della nostra superficialità... se... sarà a causa del nostro "talento per la superficie" 

La stessa superficialità che mi porta a pensare di avere in pugno il cosmo. Tre monete. Il cosmo. Una continua, stillicida m e n z o g n a.
La vita è una menzogna di per sé -- striscia con difficoltà come un rigagnolo di sangue da un taglio superficiale. La solitudine preme contro i muri. La paura. 

Non c'è certezza. Va bene credere nelle fate -- all'alba di una possibile guerra nucleare. Siamo 9 miliardi. Ciascuno di noi è preziosissimo agli occhi del cosmo. Ma se, se... il buio verrà giù lo stesso. E niente di quanto avvenuto e creduto avrà più la minima importanza

mercoledì 12 agosto 2026

Sonno profondo


Fu il giorno dell'eclissi di sole, scampata a una morte violenta e improvvisa, che presi atto che, nonostante le sostanze di cui riempivo il mio corpo, avevo a malapena la forza di reggermi in piedi. Così alle nove del mattino, iniziata la mia inutile ennesima giornata sul pianeta Terra, passai due o tre ore a guardare -- non a leggere -- delle pagine web. Montai la moka. Strofinai i piatti e misi su la lavatrice. Pulii i lavelli. Assente. Bevvi il caffé assente. La musica che tintinnava nelle orecchie, cavalcare incalzante di suoni forti come spari di gloria, amore, gioia, vita, rabbia, sangue che circola in ogni corda pizzicata dalle dita del musicista. Sentii i suoni attraverso uno strato di ovatta. Assente a me stessa. Non presente al mondo. 
La musica continuò a tintinnare nelle mie orecchie tutto il giorno o quasi. Mi inseguì sotto un velo d'un lenzuolo sottile, agitato dal ventilatore. La mia grossa testa, la mia alta fronte, riposa sul cuscino. Troppo pesante per reggere altri pensieri. E' l'organo che contiene che è in un burnout finale e si rifiuta di lavorare ancora. 
A volte mi alzavo. Sentivo come se avessi dieci quintali di ferro appesi alle caviglie e ai polsi, ma provavo a fare qualcos'altro in casa. Strofina i fornelli. Devo aver passato un'ora e mezza a strofinare i fornelli. Erano le due e in un batter d'occhio erano le tre e venti. Davanti ai fornelli. La spugna che avanza, la spugna che torna indietro. E così via. Una lentezza esasperante. La lentezza non è importante. I fornelli non sono stati ben puliti.
Di nuovo fra il lenzuolo e il cuscino, mentre il sole scende verso il basso delle montagne lungo il filo pendente del giorno.
Ho mangiato due bastoncini di pesce a cena e sono tornata al pc.
Il sole è in eclisse quasi totale. Un'eclisse quasi totale del sole. E forse -- dicendo una banalità -- anche un po' di cuore.

Battere sulla tastiera è davvero faticoso

giovedì 21 maggio 2026

Sull'attentato di Modena

Si chiama Saku Talukder, ha 21 anni, viene dal Bangladesh. Ed è uno degli eroi di Modena.

Quattro anni fa è salito su un barcone in Libia e ha attraversato il Mediterraneo. È sbarcato a Lampedusa. Lo hanno mandato a Modena, dove lavora all’Italpizza, lontano dai genitori rimasti in Bangladesh. Sabato pomeriggio, mentre Salim El Koudri travolgeva otto persone con la sua Citroën e scendeva dall’abitacolo impugnando un coltello, Saku era lì. È uno di quei cinque uomini diventati una mano sola nell’immagine che da due giorni gira ovunque. Si è lanciato con gli altri, ha disarmato l’aggressore, gli ha strappato il coltello di mano e l’ha buttato in strada.

Poi è tornato dai feriti a portare acqua, a chiedere come poteva aiutare.
A chi gli chiede se ha avuto paura, risponde così: “In quel momento non ci ho pensato. Era più importante aiutare Luca, che sanguinava”. A chi gli chiede perché lo ha fatto e se lo rifarebbe: “I miei genitori mi hanno insegnato che bisogna aiutare gli altri quando sono in difficoltà. Certo. Sempre. La vita delle persone viene prima di tutto”. E infine: “In tanti sono abituati a dire che gli stranieri delinquono. Ma non siamo tutti uguali. Anche gli stranieri sono onesti”.

Saku ha rischiato la vita per salvare quella di sconosciuti italiani in una via del centro di Modena. Lo ha fatto con il coraggio di chi sa cosa vuol dire perdere tutto e ricominciare da zero, di chi ha attraversato il mare per arrivare qui. Mentre lui correva incontro a un uomo armato di coltello, quelli che da anni passano le giornate a urlare contro “l’invasione” stavano comodamente seduti dietro a una tastiera.

Grazie Saku. Questa è casa tua.


(dal web)

lunedì 9 febbraio 2026

Ma la sofferenza rende più cattivi?

Sulle tormente di merda che stanno agitando il mondo attualmente non mi pronuncio e per ignoranza (ho bisogno di non sapere; meno so, meglio sto) e per distacco biofilo.

Scrivo un post leggero che spero sia anche condivisibile.

"O muori da eroe, o vivi abbastanza a lungo da diventare il cattivo". Le persone con una qualche predisposizione alla cattiveria hanno trovato in questa frase il trionfo di tutto ciò in cui hanno sempre creduto: homo homini lupus, mors tua vita mea, il mondo è una giungla governata dall'odio e dal male e bisogna sapersi difendere, difendersi continuamente da esso. 

D'altro canto ci sono anche persone che non hanno bisogno (se non "non riescono") a viverla così. Sono le persone "buone" e davvero ferite, che avendo passato quasi tutto sanno cosa significa trovarsi in quasi tutte le condizioni, sanno perciò empatizzare con quasi tutti; e sanno di avere una responsabilità importante nel non aggiungere caos al caos - che anche una sola parola gentile può cambiare il destino di una persona, e quindi, l'assetto del mondo...

Le persone che hanno sofferto, o millantano di soffrire drammi che ad una analisi più attenta sono trascurabili o meno semplificati di come sono presentati, presentano tratti distintivi netti:

  • Scelta narcisistica difensiva verso l'esterno. Si cementificano nell'adorazione di sé e nei confini (i "muri"), praticando disprezzo sul debole.
  • Non sanno stare a contatto con la propria e con l'altrui sofferenza; il disprezzo diventa il modo che utilizzano per mettere distanza da una verità che potrebbe far crollare la loro persuasione di essere "superiori" o "integerrimi".
  • Si sono indurite perché non avevano (geneticamente) altre risorse da adoperare per difendersi da un mondo percepito continuamente offensivo, i cui attacchi restano attaccati al senso di patinata perfezione che hanno di sé come una colla; le persone che presentano forti tratti narcisisti non sanno lasciarsi scivolare addosso assolutamente nulla, e tutto per loro è motivo di rabbia, sofferenza e aggressione su altri (più deboli).
  • La vera cattiveria non è caotica, dispersiva, ma ragionata, equilibrata, "perfida" insomma, e lavora "dal sottosuolo" per arrecare maggior danno possibile al minor prezzo (in reputazione). 
  • C'è sempre una "causa di tutti i mali" per le persone che soffrendo pene minori hanno trovato un condotto di autoprotezione nella cattiveria: le persone che non sono cattive e che hanno sofferto davvero nella vita hanno un senso di universalità e comprensione anche - e soprattutto - di chi le ha ferite e del loro nemico, perciò non covano astio e desiderio di vendetta.
  • C'è sempre da lamentarsi; e sempre della stessa cosa/persona: quale che sia l'offesa (anche leggera) che le persone insensibili e narcisiste percepiscono o provano da parte degli altri, girando si ritorna sempre centripetamente al solito argomento: la "causa di tutti i mali" o scaricabarile di tutta l'angoscia e di tutta la rabbia esistenziale della persona narcisista. Una persona che è ferita, e sceglie un'altra strada, è capace di sentirsi parte del mondo quale che sia la distanza (i "muri") che erige la persona "cattiva" o narcisista, resta perlopiù indifferente ad ulteriori tentativi di ferirla, di offenderla, di sminuirla, ha abbastanza dolore da colmare il vaso e non una sola goccia di rabbia, risentimento, odio può aggiungersi. Non si lamenta o lo fa occasionalmente, e l'angoscia viene direzionata verso più elementi in causa, non c'è "un unico oppressore", "un unico colpevole". 
  • La cattiveria delle persone "davvero cattive" e "poco ferite" ci tiene a risultare bontà.
  • Le persone che si induriscono nella cattiveria indurendosi si arroccano nella propria persuasione di essere assolutamente nel giusto; chi invece, avendo davvero sofferto, apre il cuore al mondo è consapevole di essere parte in causa (oltre che parte lesa) nel gioco di interazioni e sentimenti che lo coinvolge e che coinvolge tanto lui quanto il "nemico".
  • Le persone che non scelgono la difesa narcisistica usano l'iper-razionalizzazione, cercano di capire i "perché" delle cose non limitandosi alle sentenze rapide e facili. Sono, insomma, anche più intelligenti: colgono sfumature di grigio laddove il pensiero dicotomico-narcisistico vede solo "bianco" o "nero". 

Concludo il post con una breve sintesi: la vera sofferenza ammansisce il proprio animo - se il proprio animo di base non è malvagio. Lo rende meno reattivo. Più compiacente. Meno aggressivo, violento, ansioso, tormentato. Il vero dolore desidera affrancarsi dal dolore proprio, non causarne ulteriore agli altri. Le persone "davvero ferite" sono anche (in un certo senso) "sconfitte": se anche tentano di farlo non sanno utilizzare nel modo più opportuno una difesa che non gli è propria, la cattiveria, così si risolvono ad incontrare infine la loro vera natura contro tutte le pretese esterne che siano cattive, o che lo diventino. 

Una persona davvero buona, davvero ferita, è un "carro armato" contro la pressione della parte "cattiva" del mondo a snaturarla, a incattivirla. Non si smuove dalla sua posizione di "bontà" intesa come "assenza di volontà di nuocere". E' più concentrata sul proprio benessere che sul malessere altrui - o per meglio dire, il suo benessere non dipende dal malessere altrui. 

Se il mondo fosse in mano esclusivamente ai cosiddetti "cattivi", a chi trova capri espiatori nel prossimo, a chi è incapace di empatizzare e pone una distanza umoristica e sprezzante fra sé e la diversità, sarebbe già condannato all'estinzione. Invece c'è - per fortuna - anche altro. Ed è questo "altro" che salva la continuità della nostra vita.