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mercoledì 12 agosto 2026

Sonno profondo


Fu il giorno dell'eclissi di sole, scampata a una morte violenta e improvvisa, che presi atto che, nonostante le sostanze di cui riempivo il mio corpo, avevo a malapena la forza di reggermi in piedi. Così alle nove del mattino, iniziata la mia inutile ennesima giornata sul pianeta Terra, passai due o tre ore a guardare -- non a leggere -- delle pagine web. Montai la moka. Strofinai i piatti e misi su la lavatrice. Pulii i lavelli. Assente. Bevvi il caffé assente. La musica che tintinnava nelle orecchie, cavalcare incalzante di suoni forti come spari di gloria, amore, gioia, vita, rabbia, sangue che circola in ogni corda pizzicata dalle dita del musicista. Sentii i suoni attraverso uno strato di ovatta. Assente a me stessa. Non presente al mondo. 
La musica continuò a tintinnare nelle mie orecchie tutto il giorno o quasi. Mi inseguì sotto un velo d'un lenzuolo sottile, agitato dal ventilatore. La mia grossa testa, la mia alta fronte, riposa sul cuscino. Troppo pesante per reggere altri pensieri. E' l'organo che contiene che è in un burnout finale e si rifiuta di lavorare ancora. 
A volte mi alzavo. Sentivo come se avessi dieci quintali di ferro appesi alle caviglie e ai polsi, ma provavo a fare qualcos'altro in casa. Strofina i fornelli. Devo aver passato un'ora e mezza a strofinare i fornelli. Erano le due e in un batter d'occhio erano le tre e venti. Davanti ai fornelli. La spugna che avanza, la spugna che torna indietro. E così via. Una lentezza esasperante. La lentezza non è importante. I fornelli non sono stati ben puliti.
Di nuovo fra il lenzuolo e il cuscino, mentre il sole scende verso il basso delle montagne lungo il filo pendente del giorno.
Ho mangiato due bastoncini di pesce a cena e sono tornata al pc.
Il sole è in eclisse quasi totale. Un'eclisse quasi totale del sole. E forse -- dicendo una banalità -- anche un po' di cuore.

Battere sulla tastiera è davvero faticoso

lunedì 10 agosto 2026

Storie

At the end of the race, we'll all become stories.


Negli ultimi giorni, che sia crisi dei trent'anni o la depressione clinica o un certo oscuro presagio, mi domando sul "dopo" -- mi intristisce per non dir di peggio l'assenza di memorie buone che lascerei nella mente di chi mi ha conosciuta. Sarà che ieri ho rischiato di nuovo di andarmene, non di mia scelta. E' quando non è una tua scelta che ti fermi e provi paura. Perché in genere è così che si finisce. Allora, avvicinandomi all'idea reale della morte, ho pensato a quanto inutile sia stata la mia cosiddetta vita. E contrariamente al solito, che la cosa mi sembrava tremendamente insignificante, che venissi o meno ricordata male o bene -- "chiudendo gli occhi non si vede nulla" -- adesso con dolore rimpiango una vita decente, rimpiango quanto di buono non ho saputo fare, quanto di brutto ho regalato gli altri. Ho sentito tutto il peso dell'odio, dell'indifferenza, del disprezzo che mi circonda ogni giorno. Finalmente li ho considerati un fatto reale, serio. Che razza di vita è quella di chi ride in faccia alla morte stessa? Una vita inutile vissuta "tanto per viverla", senza nessun impegno. Nel mio necrofilo ponderare più il soma che l'anima ho negato la sacralità della vita. Il paradiso non mi farà entrare. Lo dico con cinico realismo.

sabato 1 agosto 2026

Orientarsi da soli, in principio di fine


"Poveracci, senza un futuro", così diceva lei. "Gli danno il pane per sopravvivere, ma cos'hanno davanti a loro?". E mi tirava un'occhiata bieca di sottecchi. Non so perché gli immigrati dovrebbero avere il suo cuore immacolato mentre sua figlia... Nonostante viva la stessa situazione, più o meno. Lo sa bene. (Proprio in quanto lo sa, parla così).

Ma la voce di R. mi riporta al presente, dando un'enfasi di nuovo importante al ricordo. Come "svolgendo la trama" di esso. 

Siamo seduti sulle panchine di un parco. Le stelle sono più luminose nell'aria gonfia d'umidità. Riesco a sentire qualche zanzara pizzicarmi le gambe. Qualche lucciola svolazzare per l'aria. Molto romantico. 

Ed è così che R. me la butta lì -- è probabile, c'è la possibilità che, se ne torni in Nord Europa quanto prima, e chi s'è visto, s'è visto. E' allora che spengo la cassa.

"Non abbiamo altro tempo da condividere, allora". 

Mi allontano. Il rumore delle frasche mi suggerisce che R. mi sta seguendo.

Bevi. Che è meglio.

C'è una piazza con DJ all'aperto che spara musica di merda senza vergogna. I tavolini. Beviamo due drink.
Silenzi infiniti.

Sulla via del ritorno zoppico. 

Ho la sensazione mi resti poco da vivere. Dunque avrei una voglia matta di respirare la vita. Mi è stato detto che sarei sola a vivere gli ultimi tempi -- e io da sola non so nemmeno attaccare un bottone. Forse unirmi agli spettri sarebbe -- e sarà -- più bello del previsto. Quando penso a questa possibilità, l'unica cosa che rimpiango sono le cose che non sono riuscita -- e non riuscirò -- a fare.


Siamo quasi alla fine.
Va tutto bene -- tutto andrà bene alla fine.
Se non va bene, non è la fine.
L'universo è un'immagine amorevole, fissa e "necessaria".
Amor fati.
Io non ho paura.

domenica 26 luglio 2026

Per vedermi partire


A volte mi ritengo... non all'altezza della vita.
Il buio allunga gli artigli.
Forse farei meglio a immergermi.
Sparire nel nero della tela.

Senza inchini.
Lasciarsi cadere giù.
Come un sasso nelle profondità d'un lago.

E' un po' tutto profondamente sbagliato.
Tutto. Tutto.

Negli ultimi giorni mi sono sentita di camminare senza più la terra sotto le scarpe.
Ho perduto tutti i miei punti di riferimento d'un tempo. Non leggo neppure più. I libri, eddire, erano i miei unici amici.

Ogni tanto per ricordarmi di vivere batto con violenza sulla tastiera una stupidaggine qualsiasi, o un turpiloquio, indecenti, ed ecco che si risveglia in me un accenno di disperazione, che davvero, come quando il sangue scorreva sulla mia pelle, voglio solo ricordare d'essere viva quando ritorno a quella grottesca caricatura di creatura pensante (forse non senziente).

Ma il fiume sembra scorrere inarrestabile al mare. E il mare, mi pare, dovrebbe avere occhi marroni. Labbra sottili.

Ma non me ne importa, dopotutto.

"Cosa pensi quando pensi a Dio?"
"Alle chiese?"
"Al vuoto".

Ho licenziato dio, gettato via l'Amore, per costruirmi il vuoto nell'anima e nel cuore. (De André).

E' soltanto una crisi di passaggio che io e la vita stiamo attraversando. (Vasco Brondi, circa).

Altre citazioni molto belle e significative non ne ricordo. Le citazioni snaturate dal contesto sono sempre molto inutili, molto stupide.

lunedì 20 luglio 2026

Dopo e prima del compimento

Nelle ultime interrogazioni all'I-Ching, qualunque domanda ponga, il risultato è sempre l'esagramma 64. "Dopo il compimento". Anche se domando della mia possibilità di uccidermi, è "Dopo il compimento".

Altre volte spunta il 63, "Prima del compimento". 

Secondo l'AI è un segnale di fase di passaggio. Io in effetti mi sento davvero a mezza via, "nella selva oscura", svuotata, vuota, senza sapere ove dirigere lo sguardo per scorgere un futuro.


Come cammini, la strada appare
Rumi.

domenica 5 luglio 2026

Tutto l'universo obbedisce all'amore

British Cemetery, Catania

Sempre  nei cimiteri si percepisce un senso ineffabile di pace e tranquillità.
E' una cosa che mi risulta affascinante, perché -- forse -- vuol dire che "i morti sono in pace". Pensarlo è bello. Rassicurante. Caloroso. E' gioioso.
Poiché tutti siamo destinati a tornare alla terra.

L'aria dei cimiteri -- mi piace pensare -- è l'aria di Dio, del Cosmo così com'è stato ordito da Dio.

Se vi sentite perduti, guardate il cielo: il lento movimento delle nuvole sospinte con dolcezza dal vento; le stelle brillanti nel cielo notturno; la luna, che riluce solitaria in mezzo ad esse...

L'universo, io credo, è calmo. Credo che Satana -- o il Male, o l'Ego --, all'interno del cuore degli uomini renda tutto molto caotico e fracassoso -- inutilmente.

Morire vuol dire un po' tornare al Tutto prima del Nulla.

Come può qualcosa di così dolce essere frutto del caso?
Come può non esserci un'Intelligenza alle spalle?
Sia pure il "Deus sive natura" di Spinoza.

Non so molto di astrofisica -- non so nulla di astrofisica -- ma quando guardo il cielo, io mi sento così in pace e... a volte, triste. Piccola come un granello di polvere di fronte alla vastità dell'universo.

A che serve preoccuparsi?
Quanto piccoli sono i miei (i nostri) problemi di fronte all'immensità ed indifferenza dell'Universo?

Giacomo Leopardi lo scrisse nel suo "Infinito".

E in questa immensità s'annega il pensier mio, 
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Tutto l'universo obbedisce all'amore. E' il titolo di una canzone -- bellissima -- di Battiato e Consoli. I due cantautori siciliani si sono uniti per dar vita ad un pezzo geniale e storico. 

"Storico", dico, non tanto per la sua popolarità. Ma perché ricalca i concetti di quella lettera (attribuita a) Einstein alla figlia Lieserl, poco prima di morire:

Quando proposi la teoria della relatività, pochissimi mi capirono,
e anche quello che rivelerò a te ora,
perché tu lo trasmetta all’umanità,
si scontrerà con l’incomprensione e i pregiudizi del mondo.
Comunque ti chiedo che tu lo custodisca per tutto il tempo necessario, anni, decenni,
fino a quando la società sarà progredita abbastanza
per accettare quel che ti spiego qui di seguito.
Vi è una forza estremamente potente per la quale
la scienza finora non ha trovato una spiegazione formale.
E’ una forza che comprende e gestisce tutte le altre,
ed è anche dietro qualsiasi fenomeno
che opera nell’universo e che non è stato ancora individuato da noi.
Questa forza universale è l’amore.
Quando gli scienziati erano alla ricerca di una teoria unificata dell’universo, dimenticarono la più invisibile
e potente delle forze.

L’amore è luce, visto che illumina chi lo dà e chi lo riceve.
L’amore è gravità, perché fa in modo
che alcune persone si sentano attratte da altre.
L’amore è potenza, perché moltiplica
il meglio che è in noi, e permette che l’umanità
non si estingua nel suo cieco egoismo.
l’amore svela e rivela. per amore si vive e si muore.
Questa forza spiega il tutto e
dà un senso maiuscolo alla vita.
Questa è la variabile che abbiamo ignorato per troppo tempo,
forse perché l’amore ci fa paura,
visto che è l’unica energia dell’universo che l’uomo
non ha imparato a manovrare a suo piacimento.
Per dare visibilità all’amore, ho fatto una semplice
sostituzione nella mia più celebre equazione.
Se invece di e = mc2 accettiamo che l’energia per guarire il mondo
può essere ottenuta attraverso
l’amore moltiplicato per la velocità della luce al quadrato,
giungeremo alla conclusione che l’amore è
la forza più potente che esista, perché non ha limiti.
Dopo il fallimento dell’umanità nell’uso e il controllo
delle altre forze dell’universo,
che si sono rivolte contro di noi, è arrivato il momento
di nutrirci di un altro tipo di energia.
Se vogliamo che la nostra specie sopravviva,
se vogliamo trovare un significato alla vita,
se vogliamo salvare il mondo e ogni essere senziente che lo abita,
l’amore è l’unica e l’ultima risposta.
Forse non siamo ancora pronti per fabbricare una bomba d’amore,
un artefatto abbastanza potente da distruggere tutto l’odio,
l’egoismo e l’avidità che affliggono il pianeta.
Tuttavia, ogni individuo porta in sé un piccolo ma potente generatore d’amore la cui energia aspetta solo di essere rilasciata.
Quando impareremo a dare e ricevere questa energia universale, Lieserl cara,
vedremo come l’amore vince tutto,
trascende tutto e può tutto, perché l’amore è la quintessenza della vita.
Sono profondamente dispiaciuto di non averti potuto esprimere
ciò che contiene il mio cuore,
che per tutta la mia vita ha battuto silenziosamente per te.
Forse è troppo tardi per chiedere scusa, ma siccome il tempo è relativo,
ho bisogno di dirti che ti amo e che grazie a te sono arrivato all’ultima risposta. 
Tuo padre Albert Einstein

sabato 23 maggio 2026

Siamo responsabili dei nostri mali?


C'è un periodo della vita in cui non siamo responsabili di ciò che ci accade. E' quando siamo così piccoli da essere impotenti di fronte alla realtà di abuso e sopraffazione che ci circonda. Non siamo responsabili degli insulti, delle botte, che subiamo quando abbiamo tre, o cinque anni. Dal momento in cui diventiamo capaci di operare una nostra influenza sulla realtà, ergo, in maniera ridotta già dai sei anni in poi, in maniera via via crescente quanto più invecchiamo, e acquisiamo i diritti di cittadini e di uomini liberi al diciottesimo anno d'età... sì: qualunque cosa ci succeda di male (escludendo le tragedie che ci colpiscono senza che ne abbiamo controllo, come la guerra, come il lutto, eccetera), è responsabilità nostra.

La nostra vita, dal momento che siamo adulti, è in nostro pugno, è nostra scelta e responsabilità renderla quanto più vicina possibile alla "felicità".

Come? Smettendo di autosabotarci per avvantaggiare chi brama la nostra infelicità. E, all'atto pratico, accettando le cose così come sono. 

L'Inferno dantesco è sintetizzabile in una frase "E' colpa tua! (non mia)". Sono le colpe che attribuiamo agli altri, e che in realtà ci sono proprie; è il proprio cocciuto attribuire agli altri la responsabilità della propria condotta e della propria vita, che rende le persone fallite -- per usare termini concreti e subito d'impatto.

Siamo noi al timone -- gli altri possono tentare di distrarci, il mare può essere in tempesta, ma nostra è la responsabilità di tirare avanti fino alla mèta. Non lasciandoci scoraggiare nemmeno dai nostri demoni mentali che ci punzecchiano coi rimproveri, con le paure, con l'autocompiangimento.

Chi è "adulto" sa semplicemente non piangersi addosso.

Con una scrollata di spalle, dire: "E' così" ma non solo quello: "E' così, ma posso cambiare le cose". L'essere adulti include la consapevolezza delle circostanze attuali e la conoscenza dei propri limiti e potenzialità nell'ottica di un cambiamento-ribaltamento delle circostanze. Cioè a dire,

Che io possa avere la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
La forza di cambiare quelle che posso cambiare,
E la saggezza di capirne la differenza.

- Preghiera della serenità

Sono, in ogni momento, responsabile delle scelte che prendo e di conseguenza delle ripercussioni (buone o cattive) che avranno nella mia vita.

Il piangersi addosso include, come situazione molto diffusa e comune, il compatirsi sulla propria condizione di vittime di fronte al giudizio altrui. Ma non si è solo vittime. Molto più spesso assieme a questo stato d'essere corre in parallelo uno stato d'animo: il far le vittime. L'essere vittime è ancora accettabile. Il fare le vittime mai. Mai bisogna autocompiangersi, in nessuna circostanza -- in questo mi sento perfettamente d'accordo con gli stoici. Mai bisogna puntare il dito sugli altri. Piuttosto puntarlo al proprio petto e dire: "mea culpa".

Il "mea culpa" è il sunto del Purgatorio -- un luogo a mezzavia fra l'Inferno di prima e il Paradiso successivo, che interviene quando la terra arida dà luce a un fiore e poi a un campo di fiori. 

Il Paradiso è in parole povere l'auto-realizzazione della "scala di Maslow". (Che è già psicologia pop; non c'è bisogno di parlarne.)

Il fratello di Henry James, William, passò dall'essere un disabile reietto ad essere un filosofo e scienziato di tutto rispetto semplicemente facendo questo switch: assumersi le responsabilità della sua vita.

Anche la morte, anche il suicidio, è una presa di responsabilità, perché è una scelta; e chi non riesce a compiere una delle due scelte fondamentali, se vivere o morire (macrocategorie nelle quali possiamo incasellare tutte le variabili di ogni istante che viviamo, di ogni singola cosa che compiamo), si trova davvero all'Inferno.

Quando inizia la scelta, inizia il Purgatorio. Quando inizia il discernimento, fra bene e male, inizia l'umanità -- inizia l'essere umani. Prima di allora si è solo morti che respirano.

Quale che sia la scelta -- vivere o morire -- è irrilevante. Non è filosoficamente meglio "vivere" a "morire". Non esiste nessun trattato filosofico che lo sostenga. Camus stesso, dopo aver scritto il Mito di Sisifo, ricevette forti critiche e venne praticamente smontato nella sua tesi da Sartre. Non è nemmeno moralmente più integerrima la vita, se non vogliamo appellarci alla dottrina cattolica. (E non vogliamo). Il fatto è che qualunque scelta è meglio del blocco della non-scelta, che è l'equivalente al "è colpa tua, non mia!", che equivale all'Inferno.

Quale che sia la scelta, bisogna compierla con responsabilità e avere la maturità di mantenere la promessa

E' una promessa che facciamo a noi stessi, quando scegliamo la vita, decidendo di essere forti -- con tutte le dovute, ovvie cadute. (Basta rialzarsi).

E' una decisione perentoria, quando decidiamo di porre fine a tutto. 

Ma in tutti i casi, conciliare vivere e morire è il girone di Satana in poche parole. E' ciò che ci rende vicini a Satana e lontani da Dio

Dio è vita, e la vita include la morte inevitabilmente, ma che le due cose corrano in parallelo, è il diabolico.

giovedì 14 maggio 2026

Il giocattolo di Dio, o "il Necessario"


εὐδαιμονία

La felicità in greco si chiama eudamonìa.
“Eu” vuol dire bene; “Daimon” vuol dire demone. Eudamonia è la buona riuscita del tuo demone.
Ciascuno di noi ha dentro di sè un demone. Se lo scopri, lo devi realizzare e se lo realizzi bene raggiungi l’eudaimonia, la buona riuscita del tuo demone e cioè la tua buona autorealizzazione.
Umberto Galimberti

Lo sanno quelli che hanno letto "Il codice dell'anima" di Hillman -- come esseri umani siamo chiamati a svolgere una missione in questa terra, dettata dal nostro "daimon" o demone, sebbene non sia che una rarità che qualcuno riesca nel proposito. Al contrario la maggior parte della gente del mondo vive vite terribilmente sofferte e povere di opportunità e prospettive -- come gli sfollati, i senzatetto, le vittime della guerra, i poveri dell'Africa subsahariana che sono costretti a compiere centinaia di km a piedi per avere dell'acqua ogni giorno. 

Sono estremamente ignorante sulla quantità spaventosa di male e dolore che esiste al mondo. Ritengo che una vita "felice", più che una vita in sintonia con la propria "chiamata", del proprio "daimon", (Galimberti dixit), sia più verosimilmente, oggi, una vita che non è afflitta da troppi problemi e vissuta in serena dignità. Entrambe caratteristiche che non sono proprie di gran parte dell'umanità.

Sono di idee un po' deterministiche -- e per me il mondo è un gioco già predeterminato, noi elementi del "gioco" di Dio, ciascuno con la sua essenziale importanza. Anche il male, in questa prospettiva, e l'immenso dolore che affligge l'umano, è nei suoi piani -- imperscutabili.

In che modo la religione può aiutarci a tollerare il dolore della vita? Con le parole di un prete:

"Le tue forze valgono a superare il giorno".

C'è molta saggezza in questa asserzione. Vivi solo per superare il giorno. Non preoccuparti di domani.

Il mio passo preferito della Bibbia è sempre stato il Vangelo di Matteo, 6:25-34:
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre.
Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».