"Poveracci, senza un futuro", così diceva lei. "Gli danno il pane per sopravvivere, ma cos'hanno davanti a loro?". E mi tirava un'occhiata bieca di sottecchi. Non so perché gli immigrati dovrebbero avere il suo cuore immacolato mentre sua figlia... Nonostante viva la stessa situazione, più o meno. Lo sa bene. (Proprio in quanto lo sa, parla così).
Ma la voce di R. mi riporta al presente, dando un'enfasi di nuovo importante al ricordo. Come "svolgendo la trama" di esso.
Siamo seduti sulle panchine di un parco. Le stelle sono più luminose nell'aria gonfia d'umidità. Riesco a sentire qualche zanzara pizzicarmi le gambe. Qualche lucciola svolazzare per l'aria. Molto romantico.
Ed è così che R. me la butta lì -- è probabile, c'è la possibilità che, se ne torni in Nord Europa quanto prima, e chi s'è visto, s'è visto. E' allora che spengo la cassa.
"Non abbiamo altro tempo da condividere, allora".
Mi allontano. Il rumore delle frasche mi suggerisce che R. mi sta seguendo.
Bevi. Che è meglio.
C'è una piazza con DJ all'aperto che spara musica di merda senza vergogna. I tavolini. Beviamo due drink.
Silenzi infiniti.
Sulla via del ritorno zoppico.
Ho la sensazione mi resti poco da vivere. Dunque avrei una voglia matta di respirare la vita. Mi è stato detto che sarei sola a vivere gli ultimi tempi -- e io da sola non so nemmeno attaccare un bottone. Forse unirmi agli spettri sarebbe -- e sarà -- più bello del previsto. Quando penso a questa possibilità, l'unica cosa che rimpiango sono le cose che non sono riuscita -- e non riuscirò -- a fare.
Siamo quasi alla fine.
Va tutto bene -- tutto andrà bene alla fine.
Se non va bene, non è la fine.
L'universo è un'immagine amorevole, fissa e "necessaria".
Amor fati.
Io non ho paura.
