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sabato 1 agosto 2026

Orientarsi da soli, in principio di fine


"Poveracci, senza un futuro", così diceva lei. "Gli danno il pane per sopravvivere, ma cos'hanno davanti a loro?". E mi tirava un'occhiata bieca di sottecchi. Non so perché gli immigrati dovrebbero avere il suo cuore immacolato mentre sua figlia... Nonostante viva la stessa situazione, più o meno. Lo sa bene. (Proprio in quanto lo sa, parla così).

Ma la voce di R. mi riporta al presente, dando un'enfasi di nuovo importante al ricordo. Come "svolgendo la trama" di esso. 

Siamo seduti sulle panchine di un parco. Le stelle sono più luminose nell'aria gonfia d'umidità. Riesco a sentire qualche zanzara pizzicarmi le gambe. Qualche lucciola svolazzare per l'aria. Molto romantico. 

Ed è così che R. me la butta lì -- è probabile, c'è la possibilità che, se ne torni in Nord Europa quanto prima, e chi s'è visto, s'è visto. E' allora che spengo la cassa.

"Non abbiamo altro tempo da condividere, allora". 

Mi allontano. Il rumore delle frasche mi suggerisce che R. mi sta seguendo.

Bevi. Che è meglio.

C'è una piazza con DJ all'aperto che spara musica di merda senza vergogna. I tavolini. Beviamo due drink.
Silenzi infiniti.

Sulla via del ritorno zoppico. 

Ho la sensazione mi resti poco da vivere. Dunque avrei una voglia matta di respirare la vita. Mi è stato detto che sarei sola a vivere gli ultimi tempi -- e io da sola non so nemmeno attaccare un bottone. Forse unirmi agli spettri sarebbe -- e sarà -- più bello del previsto. Quando penso a questa possibilità, l'unica cosa che rimpiango sono le cose che non sono riuscita -- e non riuscirò -- a fare.


Siamo quasi alla fine.
Va tutto bene -- tutto andrà bene alla fine.
Se non va bene, non è la fine.
L'universo è un'immagine amorevole, fissa e "necessaria".
Amor fati.
Io non ho paura.

giovedì 9 luglio 2026

Sono pazza di me

Io sono pazza di me, di me
E voglio gridarlo ancora 
Non ho bisogno di chi mi perdona 
Io, faccio da sola, da sola 
E sono pazza di me sì perché 
Mi sono odiata abbastanza 

Col cuore che ho spremuto come un dentifricio 
E nella testa fuochi d’artificio 
E se in giro è tutto un manicomio 
Io sono la più pazza che c’è, che c’è

- Loredana Bertè, "Pazza"

Oggi scelgo di far risuonare nelle cuffie la Loredana nazionale. Questa canzone l'ho scoperta grazie a Marika. Per ringraziarla (anche se lei non lo sa), le ho regalato una maglia.

Sono di nuovo a casa -- e da oggi in poi sono la prima persona della mia vita. La parola "scusa" sparirà dal mio vocabolario. Tutti hanno qualcosa di cui scusarsi. Davvero tutti. E non sarò io l'unica stupida a farlo -- da ora in poi.

Quando sento i sensi di colpa -- molto spesso -- io ancora sento risuonare un ritornello che ha radici antiche quanto sono vecchia io, nella mia mente:
"Mi dispiace d'esser nata" -- presumibilmente è ai miei genitori che è rivolta questa preghiera.
"Mi perdono d'esser nata" -- correggo.

I miei gusti musicali sono un po' diversi, ("diversificati", meglio: ascolto tutto, letteralmente tutto meno la trap) dalla Berté. Anche se lei la considero una delle migliori in Italia, attualmente.

Ho trovato una sorpresa nella cassetta delle lettere:


Direi questo un motivo di gioia, ma è gioia stinta.

La mia unica vera fonte di gioia al momento è il mio fidanzato, che alterna odio a baci.
Poteva andare peggio. Potevo non incontrarlo. Potevo ammalarmi davvero.
L'unico rimpianto che avevo al pensiero di morire era di non poterlo più vedere.
Crolla lui, crolla tutto il mio mondo.

E quelli che ho amato /
li ho amati da sola

Mi prometto di farmi solo ciò che mi fa stare bene. Che fa stare bene me stessa. Un "sano" narcisismo almeno.

Posso cingermi le spalle da sola e posso darmi tutti i baci del mondo sulla pelle bruciata e tagliata.

Sono stata bene per due giorni, dormendo mattina, pomeriggio, sera, notte, scordandomi pure di mangiare, senza parlare con nessuno.

La solitudine non è per nulla male.

martedì 7 luglio 2026

Ricominciare a fluire


Sono uscita all'alba. Sono riuscita a completare 5 km di percorso. Il piede destro è messo male, ora.



Nonostante il dolore, sono comunque riuscita ad andata a fare la spesa per oggi: cous cous, insalata di farro e feta, una barretta di frutta disidratata, una bevanda ai frutti di bosco (zero zuccheri-zero rimorsi).

Il mio fidanzato era nero quando ci siamo visti alle otto meno un quarto.
Prima di annunciargli che avevo ripreso a fluire con il corso della strada, passo dopo passo, gli ho -- forse sadicamente e volutamente -- rovinato ulteriormente l'umore con discorsi superflui e sciocchi.
Lui è il tipo "allodola" che al mattino non bisogna rivolgergli la parola.

Ho preso i miei tossici medicinali, ho preso 4 pillole di spirulina e il caffè del giorno.
Tutto va che è una schifezza. Non ho nulla di cui lamentarmi.
Mastico la barretta di mela disidratata. Alla fine, forse è meglio "vivere" così. Presi in trappola da così tanti problemi da non riuscire nemmeno a muoversi, nelle sabbie mobili dell'infamia, del disonore e della vergogna.

Camminando, riflettevo su ciò che sono. "I feel like a monster" pensavo, in inglese (alle volte penso in inglese). Sono una persona crudele, meschina. La peggiore del mondo.

Proprio per questo metto un piede avanti all'altro e cammino. E cammino. Scivolo sulle strade senza fermarmi, senza indugiare sotto nessuna porta, sotto nessuno sguardo.

Non è questa terra il "mio posto". Sono di tutto il mondo. E tutto il mondo è mio -- poiché non ci apparteniamo reciprocamente, allora, io sono amalgamata al vuoto di ogni spazio, di ogni angolo di strada, di ogni cellula della gente.

Nulla.
E tutto al tempo stesso -- con un po' di solipsismo.

Resto ottimista.

domenica 28 giugno 2026

"Incomunicabilità" come vera solitudine: quando il mondo parla una lingua diversa

Jason M. Peterson

Esiste una forma di solitudine che non dipende dall'essere fisicamente soli. Può manifestarsi in una stanza piena di persone, durante una cena tra amici o persino nel continuo scambio di messaggi che caratterizza la nostra quotidianità. E' la solitudine dell'incomunicabilità: quella sensazione sottile e dolorosa di non riuscire a essere davvero compresi, o di non trovare le parole per raccontare ciò che si prova.

Viviamo nell'epoca della connessione permanente. Siamo raggiungibili in qualsiasi momento, condividiamo immagini, pensieri, emozioni e opinioni con una facilità mai vista prima. Eppure, proprio mentre aumentano le possibilità di comunicare, cresce anche la percezione di essere profondamente soli. Probabilmente perché comunicare non significa per forza entrare in relazione.

L'incomunicabilità nasce quando il linguaggio non basta più. Quando le parole sembrano perdere consistenza davanti alla complessità delle emozioni. Ci sono dolori che non trovano un nome, paure che appaiono irrazionali -- anche a chi le vive. In quei momenti ci si sente stranieri nel mondo, come se tutti gli altri possedessero un codice segreto che a noi è stato negato.

E' come avere un muro a separare dal mondo esterno: le parole vorrebbero uscire, ma non ce la fanno.

Questa distanza riguarda il rapporto con noi stessi. Più cerchiamo di dare una forma precisa a ciò che sentiamo, più ci accorgiamo di quanto la nostra interiorità sia troppo complessa e fatta di silenzi. Ed è proprio in questo spazio che nasce il senso di isolamento: non tanto perché nessuno ci ascolta, ma perché nessuno sembra poter arrivare davvero dove siamo.

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha provato la sensazione di non essere visto fino in fondo. Ed è proprio questa consapevolezza a creare un ponte invisibile tra le persone: sapere che nessuno comprende completamente l'altro, ma che tutti desideriamo essere accolti.

La vera comunicazione non consiste nel trovare le parole perfette. Consiste nell'avere il coraggio di restare presenti anche quando le parole sono imperfette. Nell'ascoltare senza l'urgenza di rispondere. Nell'accettare che esisterà sempre una parte dell'altro che ci rimarrà misteriosa.

La solitudine dell'incomunicabilità ci ricorda un paradosso: siamo esseri irripetibili, con un universo interiore che nessuno potrà conoscere completamente. Eppure continuiamo a cercarci. Continuiamo a raccontarci, a scrivere, a leggere, ad amare, a costruire relazioni. Forse perché, anche se non riusciremo mai a colmare del tutto la distanza con l'altro, ogni autentico tentativo di comprensione rende quella distanza un po' meno fredda.

In fondo, non è l'assenza di parole a renderci soli. 
E' la rinuncia a cercare qualcuno disposto ad ascoltare il nostro silenzio.