lunedì 29 giugno 2026

Il deserto e il muro

Sono un elemento avverso alla Natura -- e all'Italia soprattutto, nonostante ne ricalchi pessimamente gli stereotipi -- perché il giorno che parto dalla Lombardia il cielo si fa azzurro e la cappa di caldo afoso svanisce quasi del tutto, mentre quando deve accogliermi la Sicilia, la nebbia si taglia con il coltello tanto che non si vede nemmeno il mare.

Sono seppellita viva da problemi vari, non ultima la separazione dal mio fidanzato. E la vita sembra un po' così:


Ciononostante, sopravvivo.
Aspettando. Un'altra occasione.

Nei giorni scorsi ho pensato a quella tendenza narcisistica a radere al suolo tutto. Ci sono persone così: che hanno bisogno di radere al suolo ogni cosa pur di sentirsi nelle condizioni adeguate a ricostruire. 


All alone, or in twos
the ones who'll really love you
walk up and down outside the wall.

Sì, il muro della paura della vita. Il muro della paura del mondo che mi separa-dal-mondo e mi reclude entro quattro mura bianche di casa. Con un compagno che non è più molto di quello che era (e tutto a causa mia) a farmi una qualche, annoiata e depressa, compagnia.
Non vado bene per il mondo -- non sono "fatta per la vita". Una vecchia (con tutto il rispetto per le vecchie: ce ne sono di molto buone e gentili) mi starnazzò addosso, anni fa, che io "distruggevo tutto e tutti". Così, tanto per. Scoppiai in lacrime. E poi gliele cantai di santa ragione.
Oggi parlavo con mia madre di prendere i Voti.
Ma te lo immagini? Una come me? Otto ore di preghiera al giorno e per il resto sveglia alle cinque, a letto alle ventuno, e lavoro duro? Dipende, certo, dalla "specializzazione": le suore di clausura sono diverse dalle suore laiche o missionarie. Ma io non sono adatta a nessuno dei tre ruoli. Se non altro perché sono agnostica -- oltre che crudele. E le preghiere, tanto più, detto alla "genovese", mi rompono tanto il belino, sicché (detto alla toscana), preferisco fare la casalinga-non-casalinga.
Sto di nuovo decentrandomi sul perno? Non era di questo che volevo parlare.

Ho tanto da dire che non dico mai niente. "Ho tanto da fare che non faccio mai niente". Ho tanto da piangere che non piango mai. Piuttosto la mia mente è immersa nella nebbia della scemenza -- forse non tanto genetica quanto psicologica. Hai capito bene: scemenza psicologica. E' il muro a cui accennavo prima. Che se sfiori quelle ferite, quel cuore, hai un'emorragia a diga che si rompe.

Pochi soggetti riescono ancora a sfiorare il mio cuore quanto "il simbolo" incarnato dallo scarrafone -- basta che si insinui nei miei incubi o nei miei ricordi dolorosi e penosi e le lacrime sono assicurate.

"Il sonno della ragione genera mostri"

Le radici psicologiche del razzismo


Pensando a personaggi come Richard Lynn -- pessima idea fargli pubblicità, ma tant'è: uno pseudo-psicologo britannico famoso per i suoi articoli pseudo-scientifici sul suprematismo bianco, il quale sostenne che il QI della popolazione italiana decresceva quanto più a Sud si andava... sì, proprio una questione di "latitudine" -- ho deciso di affrontare oggi il tema del razzismo...

Come voi già saprete, non esiste un'unica tipologia di discriminazione razziale: c'è il razzismo "classico" basato essenzialmente sul colore della pelle, oppure il più diffuso e attualissimo "razzismo culturale". 

Un esempio del primo è l'assunto ottocentesco tanto caro a Lynn per cui i neri sono "intellettivamente inferiori"... perché l'eugenetica, perché la melanina, e... non saprei più cos'altro. 

Ma è principalmente sul secondo che voglio concentrarmi, perché è il principale problema del tempo.

Possiamo trovare un esempio lampante del razzismo culturale, più "moderno" (ma non meno deprecabile), nella discriminazione dei meridionali o degli immigrati da altri Paesi al Nord (Italia). 

Io, come donna che, per disabilità fisica, sono impossibilitata a lavorare, mi sono sentita rivolgere in continuazione, in Lombardia, la domanda (spesso dopo che avevano saputo o capito che ero del Sud) "Cosa fai nella vita?" "Lavori?". A questo rispondo sempre con un tranquillo "Studio all'università, e purtroppo sono disoccupata". Ma mi accorgo che nel pronunciare queste parole il mio sguardo si fissa in basso, come se mi sentissi in colpa. Successivamente, l'atteggiamento che ricevo è freddo. Del tipo "Tornatene in Sicilia, dunque". "A noi qui non servi a nulla". 

Forse, il razzismo culturale si presenta come più "ragionevole", in quanto non parte in sesta dall'assunto che se hai la pelle scura o il craneo piuttosto allungato sei automaticamente, in chiave lombrosiana, un delinquente; semmai basa le sue "ragioni" (pseudo-ragioni) sul concetto di integrazione.

"Se sei meridionale e ti integri, ok; sennò, tornatene a casa".

Integrarsi in sostanza vuol dire: aderire agli usi e costumi locali, agire con il decoro che ci si aspetta da te e soprattutto avere un lavoro e quindi contribuire al PIL regionale. 

Del razzismo del Nord contro il Sud, che esiste da secoli (se non millenni) ed è innegabile, non si può letteralmente parlare. E' del tutto normale che un articolo scritto da un inglese che identifica l'Italia da Roma in giù come "Bordello" (un inglese con, guardacaso, la moglie piemontese e leghista) occupi le maggiori testate giornalistiche e i telegiornali nazionali per due settimane intere. 

Se i cartelli "Non si affitta ai meridionali" sono ormai "quasi"[*] una realtà relegata al passato, agli anni '60 o giù di lì, il razzismo culturale Nord-Sud non è per nulla acqua passata, come vorrebbero farci credere, eppure non se ne può semplicemente parlare. Questione chiusa.

E chiudendo con l'occasione anche la parentesi, andiamo al nucleo del post.

Cosa scatta nella mente del razzista -- culturale o "classico-ottocentesco" che sia -- allorché sostiene e crede fermamente che certe culture, o certe razze, siano "geneticamente" o "culturalmente" inferiori alla propria?

Freud, così come i neofreudiani come E. Fromm, furono molto chiari sulla questione: 

quando non hai nulla di particolare di cui vantarti nella tua misera esistenza, quando, insomma, percepisci di essere una totale nullità d'essere, individualmente, la tua unica ragione d'orgoglio diventa il chiarore della tua pelle o dei tuoi occhi, oppure la tua "identità nazionale" (o culturale, o etnica).

Si tratta di quello che Freud definì "Narcisismo collettivo". La nazione, la razza, la cultura, diventa uno specchio sul quale si proiettano gli aspetti di sé più desiderabili, alla percezione del singolo "superiori" (e che intimamente e singolarmente, al 99,9% periodico dei casi, non si possiedono per nulla). 

Come la civiltà. 
Come l'intelligenza. 
Come l'istruzione. 
Come l'essere "gran lavoratori". 
Come l'essere "moderni e progrediti".

Mario Borghezio, deputato Lega Nord, a un raduno del partito a Pontida.

Affermò ai tempi del ruggente antimeridionalismo il non-compianto Umberto Bossi, segretario della fu Lega Nord: "Scendere al Sud è come tornare indietro di 200 anni". Bossi aveva una moglie d'origini materne siciliane, che sembrava essere in realtà "la mente" dell'intera famiglia Bossi, formata, oltre che da lei che era l'unica "normale", da un cocainomane che era Bossi stesso, già colpito da ictus, e due figli i quali, ("Roma ladrona"...) usavano i soldi pubblici anche per pagarsi le mutande.

Ma lasciamo perdere -- lo sappiamo tutti, e del resto per fortuna il fenomeno Lega "Nord" è affondato, resta un solitario "Lega" (Lega Sicilia, Calabria, Campania... concedetemelo: LOL), e anche la parola Lega sta scomparendo assieme a Salvini dietro minaccia di Vannacci.



Certi cambi di rotta all'interno di un partito come la Lega (Nord o Sud che sia) non sono per nulla incomprensibili; anzi: l'essenziale è trovare un capro espiatorio; ieri i "terroni", oggi (principalmente) gli immigrati / neri o islamici in generale.

Per chiudere, il razzismo, classico o culturale che sia, è sempre sintomo d'una mentalità gretta, rozza, appartenente a persone che sanno di non valere nulla e contraddicono sistematicamente gli aspetti desiderabili di sé che affermano di possedere in base "alla nazione", "alla cultura", "ai capelli biondi". I peggiori evasori fiscali, assenteisti in Parlamento, rozzi, incolti, pigri, volgari, incivili, sono sempre stati razzisti verso il prossimo e per le medesime ragioni che in realtà sono loro proprie caratteristiche. (Proiezione, in psicologia).

Succede ovunque, il meccanismo è lo stesso: quando sai di non essere nulla di encomiabile, hai "bisogno" che il tuo narcisismo si rifletta in un concetto più ampio di nazione, cultura, etnia, razza, -- quella sì -- encomiabile e superiore.

Sentirti parte di un "gruppo" di gente "distinta" ti rende fiero di te stesso e orgoglioso delle tue qualità quando quelle qualità non le possiedi individualmente.

Note a margine

[*] quasi, perché leggevo su un social che un ragazzo laureato in Ingegneria all'Università di Palermo che cercava casa in Veneto per lavorare, oggi, anno domini 2026, si è visto rifiutare l'affitto per via delle sue origini geografiche; e tutte le volte che ho telefonato io per cercare casa al Nord, si accertavano sempre accuratamente che fossi italiana, e non straniera.

domenica 28 giugno 2026

"Incomunicabilità" come vera solitudine: quando il mondo parla una lingua diversa

Jason M. Peterson

Esiste una forma di solitudine che non dipende dall'essere fisicamente soli. Può manifestarsi in una stanza piena di persone, durante una cena tra amici o persino nel continuo scambio di messaggi che caratterizza la nostra quotidianità. E' la solitudine dell'incomunicabilità: quella sensazione sottile e dolorosa di non riuscire a essere davvero compresi, o di non trovare le parole per raccontare ciò che si prova.

Viviamo nell'epoca della connessione permanente. Siamo raggiungibili in qualsiasi momento, condividiamo immagini, pensieri, emozioni e opinioni con una facilità mai vista prima. Eppure, proprio mentre aumentano le possibilità di comunicare, cresce anche la percezione di essere profondamente soli. Probabilmente perché comunicare non significa per forza entrare in relazione.

L'incomunicabilità nasce quando il linguaggio non basta più. Quando le parole sembrano perdere consistenza davanti alla complessità delle emozioni. Ci sono dolori che non trovano un nome, paure che appaiono irrazionali -- anche a chi le vive. In quei momenti ci si sente stranieri nel mondo, come se tutti gli altri possedessero un codice segreto che a noi è stato negato.

E' come avere un muro a separare dal mondo esterno: le parole vorrebbero uscire, ma non ce la fanno.

Questa distanza riguarda il rapporto con noi stessi. Più cerchiamo di dare una forma precisa a ciò che sentiamo, più ci accorgiamo di quanto la nostra interiorità sia troppo complessa e fatta di silenzi. Ed è proprio in questo spazio che nasce il senso di isolamento: non tanto perché nessuno ci ascolta, ma perché nessuno sembra poter arrivare davvero dove siamo.

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha provato la sensazione di non essere visto fino in fondo. Ed è proprio questa consapevolezza a creare un ponte invisibile tra le persone: sapere che nessuno comprende completamente l'altro, ma che tutti desideriamo essere accolti.

La vera comunicazione non consiste nel trovare le parole perfette. Consiste nell'avere il coraggio di restare presenti anche quando le parole sono imperfette. Nell'ascoltare senza l'urgenza di rispondere. Nell'accettare che esisterà sempre una parte dell'altro che ci rimarrà misteriosa.

La solitudine dell'incomunicabilità ci ricorda un paradosso: siamo esseri irripetibili, con un universo interiore che nessuno potrà conoscere completamente. Eppure continuiamo a cercarci. Continuiamo a raccontarci, a scrivere, a leggere, ad amare, a costruire relazioni. Forse perché, anche se non riusciremo mai a colmare del tutto la distanza con l'altro, ogni autentico tentativo di comprensione rende quella distanza un po' meno fredda.

In fondo, non è l'assenza di parole a renderci soli. 
E' la rinuncia a cercare qualcuno disposto ad ascoltare il nostro silenzio.

sabato 27 giugno 2026

Dove vorresti essere adesso?

Dal porto di Trapani siamo partiti in traghetto per una delle isole Egadi lì vicino. Si trattava di Levanzo. Abbiamo passato tre interminabili e inutili giorni a guardare il mare dalla finestra del nostro AirBnB. Le vacanze con me, devi sapere, sono sempre un inferno.

L'estate scorsa siamo stati in Svizzera italiana.
Il Natale prima ancora a Villandro, nell'Alto Adige (provincia di Bolzano).

Voglio raccontarti di questi miei viaggi.

Levanzo risale al 2022. Siamo partiti da lì e ricordo poche cose. La bellezza del cielo notturno. I tanti pensionati provenienti da tutto il Paese. E com'era calmo e quieto dormire cullati dal rumore delle onde a un passo dal mare.

Ricordo un bar dove ho finito di leggere "Un bambino" di Thomas Bernhard, succhiando una limonata.
Ricordo una piccola bottega. Tanti ragazzi in fila sui muretti la sera, sbocconcellando panini e sorseggiando birra davanti alle paninoteche.

Ricordo le liti fra me e il mio fidanzato. Orribili liti. Liti sacrificabili in onore di un po' di buonsenso e pudore.
Ma era bello.
Era tutto molto bello.
O così suggerisce la nostalgia -- sofferenza dell'ignoranza, secondo Kundera.

Ricordo i faraglioni, in cima a una ripida montagna, che abbiamo ammirato al tramonto. Un cagnolino sulla via mi salta addosso impazzito. Le turiste che lo portano al guinzaglio, del nord, commentano "Assurdo! Non si avvicina mai a nessuno!". Io e i cani abbiamo un feeling particolare.

Ricordo quanto volessimo rilassarci fra cielo, mare ed erba fresca carezzata dal vento, ma quanto poco mare infine ci siamo goduti -- le calette erano raggiungibili in motoscafo, a pagamento.


Ricordo Bolzano invece come il posto ove mi hanno spillato 200 euro battendo gli articoli più volte, la notte di Natale.
Il posto dove mi hanno aggiunto venti centesimi di tassa "ad cazzum" sulla Paulaner, perché io sono terrona e si sa, la Paulaner è teteska. Che la vendano anche a Caltanissetta (come ovunque in Italia) meglio non dirglielo.

Non è giusto generalizzare.
La notte di Natale io e il mio fidanzato siamo andati a passeggiare sulla neve di Villandro. Un cane nero grosso come un orso si è avvicinato a noi. Era mansueto. Ci ha accompagnato lungo il viaggio nel bosco innevato.
Sembrava senza padrone.

"Portiamolo via con noi"
"Ma scherzi?"
"Tu pensi che essere chiamati 'cani' sia un'offesa?"
"Direi proprio di sì"
"A me la mia famiglia è così che mi definisce. Io non la sento come un'offesa. Li ho sempre visti come creature superiori".

Ci allontaniamo salutando il pelosone.

La nostra stanza.

La vista dal bosco.

In Svizzera l'unico ricordo significativo è stato immergere i piedi nell'acqua del lago di Lugano, così limpido che pesciolini mi giravano attorno scavalcandomi le gambe.

Per il resto, nulla. Una città del nord come un'altra. E un'esperienza priva di colore.
La Svizzera non sarebbe il mio paese -- per quel poco che ne ho visto e per quel poco che, di conseguenza, posso giudicare.

Dove vorresti essere adesso?

Le prossime vacanze programmate sono in Polonia, per vedere dove è nato e ha vissuto la primissima infanzia il mio fidanzato. Forse.
Austria a dicembre, sotto Natale.
Crociera nei mari della Norvegia per marzo, in occasione del suo compleanno. (giuro e spergiuro, questo si fa, questo si deve fare per forza).

("Gente che non lavora, ma che viaggia sempre".)

E sogno di vivere -- stabilmente -- lontano da tutto questo. Porre migliaia di km fra me e il passato.
Sogno l'Australia.
Ma sono chimere. E comunque, tu non dirlo a nessuno.