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lunedì 24 agosto 2026

Il re è nudo: quattro chiacchiere sul merito

Sul motivo per cui gli abili venditori di fumo e promulgatori di supercazzole con scappellamenti destra/sinistra/insieme a piacere ottengano tanto successo sociale. 

La performance è tutto. Una persona che non sia brillante può ricorrere alla magia e ai giochi di prestigio per presentare un'immagine di se coerente alla sua maschera (o Persona) narcisistica. Può darsi l'aria di apprezzare le bonne choses de la vie, il vin buono, il jazz, le composizioni gormet, gli ambienti raffinati, ovviamente senza sapere nulla del background di tale stile di vita "bohemien" pagato lautamente a fior di quattrini nei locali più esclusivi, per le esperienze più indimenticabili.

Partiamo dal jazz che non è per nulla la musica raffinata per gente colta ed elegante (e ricca) che ci spacciano essere quando te la ritrovi in concerto al Moulen Rouge la serata di san Valentino con cena in abito da sera, tutto compreso 400 euro.

Ma la persona che non brilla di luce propria in senso sociale, di questo tipo di eventi non se ne perde uno. Lei è "alta classe". Serie A. Forse resta che abbia un genitore lavorativamente fermo dal 2001, un nonno fruttivendolo e una nonna sartina a domicilio, niente di encomiabile che potrebbe far pensare al "sangue blu". Nessun problema, stronzi: la persona che non brilla di luce propria, ma di luce riflessa, come la luna, sa bene omettere, o prendere le distanze da sì vergognoso volgo che non riconosce proprio, sputando nel piatto dove ha mangiato per anni -- le sue origini, il posto da cui proviene, risucchiate nell'oblio dalla materia oscura che minaccia l'universo, con il favore delle forze oscure sue amiche generalmente


Se di buone sembianze o finanze ce n'erano, li sfrutta per edificare un successo non solo economico ma anche sociale, fra serate nei caffè letterari di Vienna (solo caffè: lei non legge, per sua stessa ammissione), e il maniero di 3 o 4 piani per due persone pagato la modica cifra mensile di 4000 sterline al mese.

Non si sta capendo per nulla di chi sto parlando. Diamo un nome a questa persona. Chiamiamola Susanna.

La nostra Susy non è che abbia una colpa -- trovagliela -- ma crede nella bellezza dei suoi sogni, e come diceva Roosevelt "il futuro (dunque) appartiene (anche) a lei". Roosevelt dovrebbe avere avuto qualcuno a dirle che questo è il motivo per cui questo mondo meriterebbe un secondo asteroide nel punto giusto. Per arrivare a credere nella bellezza dei propri sogni bisogna essere sognatori, ma con i piedi ben piantati in terra; intendeva lei. Per realizzare il "domani" serve essere sognatori (secondo la serie TV Scrubs, "idioti"), ma non di quelli che appendono la cifra di 10.000 dollari sul soffitto e la fissano ogni mattina; per il domani bisogna lottare e battagliare ogni giorno per inseguire un obiettivo umanitario, non economico. 

Il domani è dei veri sognatori, perché loro sono i veri rivoluzionari. Chi guada nella piscina della confort-zone non aggiungendo nulla al mondo realizza i suoi sogni, (i suoi soldi), ma non è suo "il domani" di cui parlava la nostra Eleanor. Appartiene inderogabilmente a chi cambierà il mondo per mezzo del suo sogno.

Quello che l'analista di Naruto Uzumaki, il criminologo, identificava come "uno dei tre essenziali tasselli che differenziano il "mostro" dall'"eroe": avere un sogno, un sogno che però non fosse dimostrare-qualcosa-a-qualcuno (nel caso di Naruto, "il suo valore", nel caso dei quaqquaraqqua della vita vera, "quanto sono intelligente, capace, e ricco").


Ma più spesso la società competitiva - neoliberista non premia l'obiettivo raggiunto per mezzo del "desiderio". Premia semmai l'arrivismo e la violenza nel perseguire il desiderio a scapito d'altri. La bramosia del desiderio. Che non si concilia con la vera bellezza del desiderio.

è ovvio che... Diventare medici per bisogno di aiutare e salvare vite umane è diverso dal diventare medici per far quattrini e basta. Ma le lauree sono identiche e identiche sono le responsabilità e i grandi poteri che ne derivano. Un medico "per brama di potere" o un medico "per vocazione" sono la stessa cosa di fatto agli occhi della società. Tant'è che se chiamo per una visita ortopedica e domando del dottor Cincillaschi non chiedo alla receptionist se "è un vero medico" o "uno che vuole solo i miei soldi". Sarebbe balordo, ne convieni. Posso cercarne le recensioni e leggere se è valutato bene, certo. Ma qui il punto è che nemmeno la bravura è indice di passione. Può essere indice di talento, ma magari quel talento e quella bravura occultano un'anima cattiva, oscura e senza scrupoli -- che sorteggia a caso il cliente che merita di essere salvato e quello che merita di essere lasciato a morire. Un "vero" medico non fa distinzione fra paziente di serie A o di serie B. Ovviamente.

Ecco perché chi ha applicato "E del merito" al "Ministero dell'Istruzione" probabilmente non ha nemmeno passato la quinta elementare senza bocciature. Perché sei istruito per molti motivi (da non dimenticare, in mezzo a questi, il fattore C, o il fattore $$$), di cui il merito è l'ultimo da considerare.

Cosa significa per codesti "merito"? Significa: io ti sono superiore socialmente, perché ho raggiunto studiando, e meritandomelo dunque, un posto privilegiato in società. Da quel piedistallo privilegiato guardo dall'alto in basso te, poveraccio col diploma, che sei a prescindere meno valente e istruito.

[Einstein sarebbe stato Einstein sia in Germania che in Kenya. In Germania è diventato premio nobel per la fisica. In Kenya, non so. Forse avrebbe raccolto mango fino alla morte e si sarebbe rotto una sfilza infinita di vertebre prima del meritato eterno riposo.]

Piace alle destre come alle destre piace ogni forma di discriminazione e dicotomia alla "superiore/inferiore". Lo sappiamo dall'epoque di Faccetta nera e delle Camice nere. 

martedì 11 agosto 2026

Troppa grazia

Tutte le lingue che derivano dal latino formano la parola compassione col prefisso “com-” e la radice passio, che significa originariamente “sofferenza”.
In altre lingue, ad esempio in ceco, in polacco, in tedesco, in svedese, questa parola viene tradotta con un sostantivo composto da un prefisso con lo stesso significato seguito dalla parola “sentimento” (in ceco: soucit; in polacco: wspol-czucie; in tedesco: Mit-gefuhl; in svedese: med-kansla).
Nelle lingue derivate dal latino, la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenza le sofferenze altrui; oppure: partecipiamo al dolore di chi soffre. Un’altra parola dal significato quasi identico, pietà (in inglese pity, francese pitiè, ecc) suggerisce persino una sorta di indulgenza verso colui che soffre. Aver pietà di una donna significa che siamo superiori a quella donna, che ci chiniamo, ci abbassiamo al suo livello.
E’ per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza; designa un sentimento ritenuto mediocre, di second’ordine, che non ha molto a che vedere con l’amore. Amare qualcuno per compassione significa non amarlo veramente.
Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice “sofferenza” (passio) bensì dal sostantivo “sentimento”, la parola viene usata con un significato quasi identico, ma non si può dire che indichi un sentimento cattivo o mediocre.
La forza nascosta della sua etimologia bagna la parola di una luce diversa e le dà un senso più ampio: avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia, angoscia, felicità, dolore.
Questa compassione (nel senso di soucit, wspòlczucie, Mit-gefuhl, medkansla) designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti, è il sentimento supremo. 
-Milan Kundera-

You wide eyed girls / you get it right / fall back into place. Una donna mi fece sentire questa canzone in cuffia più di otto anni fa. Non ero gaia, ma mi ero platonicamente innamorata della sua sfrontata generosità -- o forse per mezzo dell'amore-odio volevo neutralizzarla. Chi lo sa. Le cose nuove fanno sempre paura, e anche la compassione di un verso. Così reagii senza pietà, anche quella volta, vanificando ogni lettera. Who will dry your eyes when it falls apart? Somewhere in these eyes, I'm on your side. Vanificando ogni suono.
Non è forse un caso che anche R. mi abbia dedicato questa canzone prima che ci mettessimo insieme. Con lui accettai, a malincuore, perché capivo che le persone sensibili di questo triste mondo malato hanno uno sguardo unico, tutto loro; che mi vedono sotto un'altra luce delle persone superficiali -- e non potevo rifiutarmi ancora. "Space song" è stata un dono prezioso da una persona "buona". E poi è stata anche il simulacro di un amore che si innesta (e si svolge) da e nella compassione. Ancora oggi faccio fatica ad ascoltare questa canzone. Troppo doloroso prendere atto di quanto fossi, e forse sarò, sola.

cerco sempre di ricordarmi di noi
 

mercoledì 5 agosto 2026

Le persone che non vivono a lungo ma vivono come vogliono

Un sorriso sul volto di una tizia di fronte all'ospedale. Un sorriso così serafico e sereno mentre accompagnava suo padre, un anziano, all'ingresso della struttura, sottobraccio. Era una donna di mezza età con i capelli di media lunghezza, biondi. A pochi metri uno sbruffone giovane con gli occhiali da sole riflettenti, a mascherina. Cammina spavaldo come se avesse i coglioni troppo grossi e pesanti per tenere un'andatura normale.
A questo mondo c'è ancora chi è sereno, chi (si vede) non soffre di depressione. Per una depressa, non c'è niente di più assurdo che considerare quante persone non-depresse ci siano al mondo. Tante. Tantissime. Persone che sembrano non-infelici. Ma forse è solo una facciata, una "maschera" sociale di convenienza.
Guardando lo sbruffone farsi avanti ho pensato ad Amy: "... le persone come me non vivono a lungo, ma vivono come vogliono!". E' quello che penso quando vedo gente fumare le sigarette e altro di affine. Dato che il tizio era visibilmente su di giri.

E' dai miei dieci anni che vivo sotto il cono d'ombra di una perenne attenzione meticolosa alle mie vere o presunte precarie condizioni di salute, che in realtà era ed è un modo per "tarparmi le ali", per impedirmi di volare. A furia di iperprotezione volta a soffocare la vita in me, sono diventata malata sul serio -- o se lo ero dapprincipio, mi sono aggravata, di sicuro.

Io devo vivere a lungo da ospedalizzata?
Preferirei tanto bruciare le tappe da essere libero... ma non sono un essere libero.

Immagino che
sotto una pioggia scrosciante
resterei sulla battigia
con i piedi a mollo
aspettando di morire
disidratata
fulminata

I segni che indicano la via / la via che non possiamo prendere / mi avete presa in un momento sbagliato / quindi perché non ve ne andate a farvi fottere (Joy Division)

lunedì 8 giugno 2026

Ma il Male esiste davvero?


Lucifero era "l'angelo più bello e buono del Signore".
Si ribellò a Lui pretendendo di essere Suo pari.
Perciò venne cacciato dal Paradiso e gettato nelle profondità della Terra.
Assunse quindi il nome di Satana, dall'ebraico śāṭān (שָׂטָן), che significa letteralmente «avversario» o «oppositore».

Da questa metafora religiosa possiamo intravvedere quella del figlio che si ribella al genitore. L'adolescenza è "satanica" perché è il momento in cui il figlio rivendica i suoi diritti, la sua indipendenza ed autonomia dal genitore. 

Uno dei dieci comandamenti è "onora il padre e la madre", ma non c'è scritto da nessuna parte "onora il figlio".

Che ne è di tutti quei figli maltrattati, picchiati, insultati, irrisi, disumanizzati, che porteranno le ferite della loro infanzia violenta per tutta la vita?

Nella nostra società "genitore-centrica" tendiamo a trattare con estremo disprezzo chi disonora o aggredisce i propri genitori. Spesso non sappiamo nemmeno il contesto in cui la violenza dei figli verso i loro padri, verso le loro madri, si inserisce: non sappiamo quanta violenza effettivamente esperiscano o abbiano esperito loro dalle loro (cosiddette) figure di accudimento.

Ma non ha importanza: va da sé che, che il genitore maltratti e "violenti" il figlio, è ok. Che il figlio faccia la stessa cosa con il genitore, è un'aberrazione.

Questa sarebbe la grande eredità che ci ha lasciato il Cattolicesimo. Che è più un fatto "genetico" che "religioso": esiste da più di 2000 anni e da quasi altrettanto tempo si è imposto come "religione unica" dell'Occidente. Noi Occidentali siamo plagiati in ogni cellula del nostro DNA dall'educazione cattolica o cristiana ("cristiana" va ancora bene; "cattolica" è proprio uno sputo sul proprio intelletto).

E' per questo che YHWH non ha voluto onorare il figlio. Sarebbe stato un modo implicito per dire di onorare l'avversario.

Secondo Zygmunt Baumann (sociologo) affinità è sempre all'opposto di consanguineità.
Se vuoi vivere la tua vita da essere umano libero, devi "rompere" con la tua famiglia d'origine.

Un albero si innesta e cresce dalle radici, ma è solo sviluppando i rami che darà frutti. I rami sono le persone che scegliamo di avere nella nostra vita. 

Chi resta ancorato alle radici è come un tronco mozzo, infertile.

Mia madre ha fatto questa tragica scelta. Ha divorziato dal marito che pur cattivo com'era era sempre una persona che amava e con cui era stata per dieci anni. Suo fratello (mio zio) che oggi è deceduto, le scattò una foto nel momento in cui firmava le carte per il divorzio.
Momento da immortalare. Che intelligenza.
Mia madre aveva un'espressione estremamente triste in quella foto - aveva deciso in quell'istante di restare un tronco mozzo.
Non si è mai nemmeno interessata delle sue bambine che diceva di adorare.
In particolare di me che nacqui fuori dal matrimonio - sicché ero la figlia indesiderata.
Solo, con maniacalità stacanovista, al lavoro, che la distraeva dal suo dolore.

Ma lasciamo da parte questi discorsi autoreferenziali.
Il post ha il titolo che ha perché qui intendo contestare la credenza folle e idiota che il Male abbia origine nell'anima dell'uomo come un fenomeno addirittura genetico.

Non abbiamo bisogno di leggere i filosofi del 1900 per intuire che ogni persona non è mai "totalmente" cattiva o buona, ma un mix di entrambi gli attributi. Un po' di luce e un po' d'ombra. E' risaputo.

Che il male sia o possa essere genetico, implica che il mondo si divida in "buoni" o in "cattivi", ergo quando tu dai a qualcuno l'etichetta di (assolutamente) "cattivo", ecco che arriva la disumanizzazione che è alla radice di ogni violenza.

Ma, no: nessuno "nasce" cattivo.
Nemmeno Adolf Hitler era cattivo da infante. Era innocente come tutti gli altri neonati.

La cattiveria popolare è la "psicopatia" diagnostica.
Che non nasce per "disfunzione" genetica, ma per via di eventi traumatici (as usual).

Quando un bambino prova così tanto dolore da doversi dissociare dalla sua propria sofferenza (quel figlio che YHWH non si cura di "onorare"), si dissocia ugualmente dalla sofferenza degli altri.

Ed è così che non sviluppa empatia di fronte alla sofferenza del prossimo - pertanto è pronto e in grado di commettere su di lui qualunque malvagità.

Come si dissocia dalla sua propria sofferenza, si dissocia anche dall'intero spettro delle sue emozioni più significative. Uno psicopatico, che è sempre un essere umano, prova di frequente rabbia e noia, ma il sentimento di paura, vergogna e dolore spesso manca in lui così come la risonanza emotiva con il dolore degli altri - di cui spesso, specie se li invidia, gode al contrario (Schadenfreude).

Perché? Perché potendo attingere a un ristrettissimo bacino di sensazioni e di emozioni, sente all'eccesso quelle che gli sono disponibili. (Rabbia, odio, invidia, noia da ammazzare con azioni spesso estreme, sadiche e pericolose).

In conclusione: nessuno nasce cattivo. Il male, che non esiste se non in forma di patologia, ha origine dal dolore (cioè dal trauma). Forse molti casi sono ormai perduti, ma possiamo fare la nostra parte per cambiare in meglio in mondo abituandoci a non disumanizzare le persone con la separazione netta fra "chi è buono" (e magari merita il Paradiso...) e chi "è cattivo": se è così, scandagliamo il fanatismo, la disumanizzazione e quindi la violenza. Nell'illusione di "combattere il male" compiamo né più che meno che una crudeltà - compiamo il Male. (Esempio storico sputtanatissimo: le Crociate. Oppure l'Inquisizione.)

«Il fanatico agisce pensando di incarnare il bene. Il fanatico agisce pensando di incarnare il puro, la purezza d'animo. Il fanatico agisce in nome della purezza contro la malignità dell'impuro, agisce in nome del bene contro la malignità del male. E quando qualcuno agisce nel nome del bene e della purezza contro il male, non c'è limite al male che può fare»

-Massimo Recalcati-

lunedì 25 maggio 2026

Gabor Maté, il trauma e il mito della "normalità"

Gabor Maté

Nella nostra cultura occidentale, la normalità è definita per contrasto con la patologia. Si è normali finché non si riceve una diagnosi

Gabot Maté ribalta questa prospettiva, per lui le malattie croniche, fisiche e mentali, sono le risposte prevedibili e coerenti a un ambiente ostile allo sviluppo umano autentico. Sono il risultato di come viviamo, non di una disfunzione biologica che colpisce a caso.

La medicina occidentale, scrive Maté, commette un doppio errore strutturale: riduce eventi complessi alla loro biologia, e separa la mente dal corpo come se fossero sistemi indipendenti. Questa prospettiva ignora il concetto di corpo-mente come sistema unico, che è in costante dialogo con l'ambiente relazionale e sociale che lo circonda.

Al centro di questa analisi c'è il concetto di trauma, ma non nel senso ristretto che spesso gli attribuiamo. Maté distingue tra Traumi con la "T" maiuscola, come eventi catastrofici, abusi, guerre, lutti, e traumi con la "t" minuscola, che è la forma più diffusa ma anche quella più invisibile: la disconnessione da sé che avviene quando un bambino impara precocemente, che per mantenere il legame con i genitori deve reprimere parti autentiche di se stesso. Tutto ciò che potrebbe disturbare l'equilibrio familiare, viene sacrificato.

Ogni bambino vive un conflitto tra due spinte ugualmente vitali. Da un lato il bisogno di attaccamento, di essere amato, visto, accolto; dall'altro il bisogno di autenticità, di essere se stesso, di esprimere ciò che sente davvero. Quando l'ambiente non riesce a contenere entrambi i bisogni, il bambino sceglie l'attaccamento a discapito della propria autenticità, perché da un punto di vista evolutivo la connessione con il caregiver è letteralmente vitale

Si sopravvive senza autenticità. Non si sopravvive senza attaccamento.

Questa scelta, però, ha un prezzo, in quanti la parte di sé che viene repressa continua a operare sotto la soglia della consapevolezza, producendo effetti, emotivi, relazionali, e fisici, che si manifestano anni o decenni dopo.

Maté va oltre la dimensione individuale e punta il dito contro la struttura stessa della società caratterizzata da un individualismo esasperato, dalla competizione come valore assoluto, dalla disconnessione dalle comunità, dalla mercificazione del tempo e dallo stigma per la vulnerabilità. Questi sono dei veri e propri agenti patogeni sociali che producono stress cronico.

Il "mito della normalità" consiste quindi nel credere che sia normale vivere in questo modo, e che chi si ammala, chi si dissocia, chi dipende da qualcosa per tollerare il dolore, sia semplicemente sfortunato o geneticamente predisposto

Per Maté, al contrario, chi si ammala sta spesso esprimendo, attraverso il corpo o la mente, qualcosa di più profondo che l'ambiente non ha dato modo di esprimere in modo funzionale.

La stessa prospettiva la ritroviamo in Erich Fromm, ne "I cosiddetti sani: la patologia della normalità". Fromm definisce la malattia mentale non come un modo "deviato" di reagire ad un ambiente "sano", ma al contrario: la malattia è, per lui, un modo "sano" di reagire ad un ambiente "deviato".

Pertanto, paradossalmente, i "cosiddetti sani" sarebbero in qualche modo "più malati" ancora di chi soffre, sulla carta ed esplicitamente, di patologie psichiche. 

Per concludere il post, cito le parole di Krishnamurti:

"Non è segno di salute mentale 
essere ben adattati a una società profondamente malata"

lunedì 13 aprile 2026

La speranza e il mito di Pandora


La verità che l'ultimo, fatale filo che ci tiene in vita sia la speranza, deriva dal mito di Pandora: 
Dopo che Prometeo rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, Zeus decise di vendicarsi. Ordinò a Efesto di plasmare dal fango la prima donna mortale: Pandora. Gli altri dei la adornarono con doni irresistibili (bellezza, grazia, astuzia), ma Zeus le consegnò un oggetto fatidico: un vaso (spesso tradotto erroneamente come scrigno) che le fu ordinato di non aprire mai.
Pandora fu inviata sulla Terra come sposa a Epimeteo, fratello di Prometeo. Nonostante Prometeo avesse avvertito il fratello di non accettare doni dagli dei, Epimeteo, affascinato dalla bellezza di Pandora, la accolse con sé. Tuttavia, la curiosità instillata in lei dagli dei divenne col tempo insopportabile.
Vinta dal desiderio di scoprirne il contenuto, Pandora sollevò il coperchio. In quel momento, tutti i mali del mondo - malattie, vecchiaia, fatica, pazzia e dolore - uscirono fuori, diffondendosi rapidamente tra l'umanità che fino ad allora era vissuta in una sorta di età dell'oro.
Spaventata, Pandora richiuse il vaso il più velocemente possibile, ma era troppo tardi: quasi tutto era fuggito. Sul fondo del contenitore rimase solo un'ultima cosa: Elpis (la Speranza).

(Gemini) 

Di fronte alle situazioni più complesse e variegate, ove lo sconforto sembra essere predominante, l'ultimo legame, il legame vitale della speranza, ci mantiene in animo di continuare a vivere nel mondo.
E' significativo, però - secondo me -, che la Speranza, nel mito, si annoveri fra i mali dell'umanità, di pari passo con la malattia e con il dolore.

Fu Oscar Wilde ad identificarne il potere salvifico e, proprio perché salvifico, tossico: il poeta irlandese scrisse che "la speranza è un veleno" perché prolunga con l'inganno l'agonia della vita, la quale non deve essere inquadrata da una morale cattolica come necessariamente preferibile alla morte.

La morte, dopotutto, è il traguardo ultimo a cui tutti siamo destinati: che affrettare i tempi sia un male, è un insegnamento cristiano-cattolico che ammanta la cultura Occidentale, e come tutti i diktat fermi non è presumibilmente ragionevole.

L'eutanasia in questo senso sarebbe davvero una scelta politica che costituirebbe il "salto di qualità" da un mondo ammantato dalla morale cattolica - quello del passato - e il mondo nuovo ove vige la sensatezza - sebbene non sempre, anzi, probabilmente di rado, la felicità.

Prima del Nichilismo la fede in Dio era utile a dare un "perché" alla vita del singolo. Ma in assenza della fede in Dio, l'uomo si trova di fronte al bivio fondamentale (a lungo andare): una vita che è prevalentemente sofferenza e fastidio (mi rifaccio a Benatar, "Meglio non essere mai nati"), o una morte che è un eterno, serafico commiato da tutte le pene che derivano dalla carne.

In realtà la speranza, così come l'amore, citando Schopenhauer, sono inganni della Specie, che per prolungare se stessa (istinto di conservazione della Specie) ci propone un'illusione "salvifica" che prolunga la nostra sopravvivenza biologica sul pianeta - nonostante siamo comunque destinati a morire; e quando lo decide la Specie - cioè in vecchiaia, quando non siamo più in grado di riprodurci e quindi di esserle utili. (Salvo, certo, intromissioni date da malattie o incidenti, che affrettano i tempi).

Sono certa che sia davvero difficile immaginarsi un Sisifo felice - come in Camus; che il "suicidio razionale (o logico)" sia la scelta più dignitosa, oltre che intelligente (perché meno autolesiva), in molti casi. 

La politica in Occidente dovrebbe emanciparsi, perciò, dalla morale cristiana e consentire indiscriminatamente a chi soffre di patologie fisiche, ma anche mentali, considerate croniche o inguaribili, di liberarsi della vita e di farlo senza dolore e senza incorrere nello stigma dell'infrazione della cosiddetta morale comune.

giovedì 19 febbraio 2026

Vincere la morte

"Le cose non sono mai permanenti. Non si deve mai stare al centro. È molto meglio stare di lato perché si vedono meglio le cose. Io sono da sempre un'outsider, credo sia una condizione di privilegio. Non so come sono riuscita a sopravvivere. Forse perché ho imparato a far ridere il mio cuore. Ogni giorno fate qualcosa per far ridere il vostro cuore e cercate di pianificare il meno possibile. La depressione rimarrà a distanza di sicurezza."

- Yoko Ono


Se non avessi imparato a prendere con leggerezza e a percepire leggerezza nella mia vita mi sarei già tolta di mezzo - sono lieta di non esserci mai riuscita; questa vita come insegna Calvino è fatta per planare sulle cose dall'alto, solo alleggerendo il nostro cuore e scivolando sulle strade alla Odette Toulemonde potremo capire la vera essenza della vita, che è leggerezza, semplicità, non arzigogolate tesi filosofiche da masturbazione mentale, non grama tragedia, qualcosa che va presa senza nessuna aspettativa, nessuna pretesa e nessun attaccamento, un po' come ci insegnano i maestri buddhisti, i lama del buddhismo: passa sulla vita senza lasciare orme